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AT HOME IN THE CITY

di - 21 Novembre 2011
Il recente convegno Social Housing / Housing the Social organizzato da SKOR ad Amsterdam e la mostra The Grand Domestic Revolution appena inaugurata da Casco a Utrecht hanno affrontato queste e altre domande, per riflettere sull’idea di società, pubblico e comunità in relazione allo spazio urbano. Negli ultimi decenni, scarsi investimenti pubblici e una vasta privatizzazione dei servizi hanno generato in molte città un equilibrio sociale precario, come i disordini a Londra della scorsa estate hanno drammaticamente dimostrato. In un’intervista, Zygmut Baumann ha indicato le cause di quelle violenze nella segregazione e nella polarizzazione degli strati sociali nelle aree urbane, originati dall’azione libera e politicamente incontrollata del mercato. A partire dalla complessa situazione attuale, i progetti di SKOR e Casco si propongono come laboratori per la produzione di nuovi modelli di spazio domestico e sociale e di convivenza civile, a cui gli artisti sono invitati a contribuire al pari di sociologi, urbanisti e attivisti.
Vera pioniera in questo senso, Martha Rosler ha presentato a  SKOR alcuni dei suoi progetti che hanno come fulcro lo spazio domestico, inteso come luogo simbolico in cui si manifestano le forze oppressive presenti nella società: da Semiotics of the Kitchen (1975) a If you lived Here (1989) , fino al recente Bringing the War Home: House Beautiful, new Series (2004).

Don Mitchell della Syracuse University ha analizzato con chiarezza i processi repressivi che negano i diritti a chi una casa invece non la possiede, come i numerosi senzatetto che in America si organizzano in Tent Cities nelle periferie. Immancabilmente sgomberate dalle autorità perchè ritenute una minaccia sociale, secondo Mitchell le Tent Cities dimostrano al contrario che la possibilità di autoorganizzarsi genera dignità e consapevolezza politica, anche per quelle persone che il sistema economico dominante ha rifiutato – o che volontariamente hanno deciso di non allinearsi con esso. In modo analogo, l’artista Marjetica Potrc guarda alle forme di coesione sociale delle comunità che vivono al di fuori dell’idea di modernità: i progetti che ha realizzato nelle favelas a Caracas le hanno suggerito una contrapposizione tra la città informale, basata sul modello delle comunità rurali, e formale, basata invece su quelle urbane. La sfida che Potrc raccoglie è quella di innestare anche nelle comunità urbane alcune caratteristiche rurali, per costruire relazioni umane più profonde. Così è nato nel 2009 ad Amsterdam The Cook, the Farmer, His Wife and Their Neighbour, un progetto che ha riunito 22 famiglie di 7 gruppi etnici differenti, creando un orto comune e una cucina in cui preparare cibi da condividere, nel giardino del loro condominio.
Gli interventi nello spazio pubblico nell’area di Transvaal a Den Haag ideati da Sabrina Lindemann e realizzati con il contributo dell’intero quartiere, nascono invece nel 2002 come reazione alle politiche edilizie cittadine. Il piano di rigenerazione urbana stabilito dal comune prevede infatti la costruzione di nuovi edifici entro il 2014, per attrarre nella zona una nuova classe di abitanti – secondo il paradigma della “città creativa” di Richard Florida – costringendo nello stesso tempo i residenti storici ad abbandonare le loro case.  Il progetto OpTrek Transvaal iniziato dalla Lindemann ha portato tra l’altro all’apertura di uno spazio per performance teatrali e di un albergo diffuso negli edifici destinati alla demolizione. Lo scopo è quello di rivitalizzare l’area, valorizzandone il potenziale inespresso e di generare un rinnovato senso di appartenenza nei residenti.
La vita di una comunità, per quanto coesa e consapevole, non è però da idealizzare: problemi e contrasti emergono sempre nella gestione di luoghi condivisi. Per questo, all’inagugurazione della mostra The Grand Domestic Revolution, Casco ha presentato l’episodio pilota della sit-com Our Autonomous Life, che rappresenta con ironia la convivenza tra i membri di uno squat. La mostra raccoglie i lavori di oltre 30 artisti in tre sedi differenti nel quartiere, e giunge al termine di due anni di eventi, esposizioni e incontri intorno tema dello spazio domestico, considerato nell’insieme delle relazioni, delle proprietà, del lavoro che genera e del suo costante mutamento. A Casco, il progetto di Katerina Seda Turn-key Home / Two in One (2010) affronta con delicatezza lo spaesamento di un gruppo di anziani residenti di un complesso abitativo nuovo e ancora impersonale.

Alla libreria De Rooie Rat un video documenta l’azione nello spazio urbano di Ask! e Andrea Siekmann, Respect and Recognition for Domestic Work (2011), che riflette sull’invisibilità del lavoro domestico svolto dagli immigrati attraverso graffiti realizzati con getti d’acqua ad aria compressa, normalmente usati per la loro rimozione. Infine al museo Volksbuurt, a fianco ai reperti di storia locale della collezione permanente, sono esposti in una struttura temporanea – quasi un’ideale scaltola della memoria – alcune delle opere prodotte durante i due anni del progetto, nell’appartamento affittato per ospitare seminari e dibattiti. Tra queste, la più enigmatica è Speaking Trumpets (2011), una coppia di megafoni realizzati da Angel Navarez e Valerie Tevere con materiale di recupero. Utilizzati per diffondere dalla finesta al vicinato le conversazioni che si svolgevano nell’appartamento, sono quasi un simbolo della ricerca di nuovi modi di relazione tra sfera pubblica e privata e invitano anche lo spettatore a far sentire la propria voce.
a cura di silvia simoncelli
foto in alto: Martha Rosler al convegno ‘Social Housing – Housing the Social’, 2011. Courtesy: SKOR | Foundation for Art and Public Domain. Photography: Job Janssen

Il convegno Social Housing / Housing the Social organizzato da SKOR si è tenuto a Felix Meritis, Amsterdam, il 4 e 5 novembre 2011.

[exibart]

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