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FATE PRESTO

di - 3 Novembre 2016
Ricostruire ora, subito. Presto e bene. Dov’era, com’era. Ne abbiamo sentite tante in questi anni, dopo ogni cataclisma, ma lo abbiamo sentito soprattutto negli ultimi mesi. Ma cosa significa ricostruire in Italia, luogo di quel “museo diffuso”, paesaggio dalla ricchezza stratificata? All’indomani del messaggio di Antonio Paolucci, che dalle pagine di Repubblica ha dichiarato che oggi – e mai come oggi – è necessario saltare i biblici tempi della burocrazia, abbiamo intervistato sul tema Luigi Ficacci, storico dell’arte e Sovrintendente ai Beni Cultuali in Emilia Romagna all’epoca del terremoto del 2012 e oggi per l’area di Lucca e Massa-Carrara.
Abbandonare la burocrazia e i tempi delle sovrintendenze per lanciarsi nella ricostruzione. È d’accordo?
«Si, sono d’accordo con una avvertenza: visto che la gestione delle calamità prevede sempre l’adozione di procedure eccezionali, e visto che oggi si parla della creazione di una Sovrintendenza specifica per questa crisi, non solo va creato un organismo con dei percorsi eccezionali, ma è necessario partire dai casi singoli. Ogni evento calamitoso va studiato in termini peculiari, per indagare le nuove casistiche perché, nonostante il passare del tempo, anche in passato, l’atteggiamento nei confronti dei terremoti è sempre stato empirico, un po’ come se ogni volta ci si trovasse di fronte a un fenomeno nuovo; dal passato invece si possono trarre indicazioni utilissime. Bisogna poi cercare di arginare due atteggiamenti collimanti: il primo è impregiudicato al fenomeno fisico, l’altro è la normalissima e naturale reazione irrazionale a questi fenomeni. C’è bisogno di criteri».

Quali sono le possibilità tangibili del “fare presto”, e quali invece possono essere gli errori irrimediabili?
«Ci sono dei rischi provocati da una condizione italiana, di un Paese dove il crimine è molto diffuso e non è un problema solo del presente, anzi. Siamo di fronte oggi a una fenomenologia da terremoto in corso e nel presente questa instabilità va tenuta presente. Il passato, invece, come un mito, viene visto erroneamente come “solido”. Ma il passato merita la stessa diffidenza che si affibbia al presente. L’Italia è una società che ha dimostrato di conoscere il crimine finanziario che approfitta di questi eventi, è necessario dunque mantenere una serie di controlli serrati, precludendo illegalità. Bisogna però farli questi lavori, senza la paura di essere inficiati dall’illegalità».
Meglio una ricostruzione generale o il mantenimento di quel che è rimasto, per integrarlo a nuovi edifici che reggano ipotetici nuovi impatti sismici?
«Necessario decidere edificio per edificio. I luoghi devono continuare a vivere, questa deve essere solo una parentesi nell’esperienza antropologica. Molto spesso i cittadini, i locali, decidono che vogliono restare nei loro territori. Un po’ come era successo a Catania nel ‘600: dopo un’eruzione gli abitanti vollero riedificare nel loro “terribile paradiso”. Il problema italiano, poi, è economico, ma il momento estremo del restauro, che è la ricostruzione, si impone perché la ragione sociale e antropologica è ancora viva: bisogna dunque ricostruire».
Con quali criteri, però?
«I criteri e i metodi sono quelle di una scienza generale di riferimento: non si può pensare solo all’arte: c’è la salvaguardia sociologica, psicologica, economica, bisogna far collimare materie differenti che possono anche sovrapporsi, per costruire -appunto- un terreno comune».

Le Sovrintendenze sono a singhiozzo, e sempre Paolucci ieri ha dichiarato che quelle periferiche sono al collasso e che archeologi, storici, archivisti e chi più ne ha più ne metta, da soli non possono farcela. Ora, visto che l’Italia è un museo diffuso e, abbiamo scoperto, pure zona sismica, non pensa che debba essere fatto qualcosa per cambiare la situazione?
«Sicuramente il momento è uno dei più critici, ma non c’è un momento adatto per un evento calamitoso. Certo, siamo in una fase transitoria della riforma, che però si attua in un momento in cui stanno riprendendo i finanziamenti alla struttura della tutela, dopo una drastica riduzione dei costi. Che l’Italia abbia un debito insostenibile e il Paese abbia la necessità di contenere inderogabilmente è cosa nota, ma ora sta iniziando a funzionare questo nuovo sistema, che elimina “distinzioni” che nel settore erano state molto consolanti ma poco funzionali: ora la decisione per le ricostruzioni spettano a un componente unico, è un’opportunità per permettere un lavoro organico. Lo stato di emergenza, almeno dice il governo, procurerà dei mezzi per poter agire. Certamente credo che le Sovrintendenze abbiano sofferto di più in passato, perché conservando il loro status quo non venivano finanziate quasi in niente. E in più va aggiunto che ogni Soprintendente, dopo il terremoto dell’Emilia, oggi fa parte di un coordinamento per un’unità di crisi perenne che studia i fenomeni calamitosi e “si prepara” senza che questi accadano: per evitare che il terremoto, in questo caso, diventi “solo” una calamità, e non un disastro, come accadde all’Irpinia».

Il Louvre offre ospitalità ai Beni “rifugiati di guerra”. Molti dei Beni recuperati dal terremoto di agosto sono finiti in archivi e musei. Da un lato è un bene, da un lato viene da dire che sarà occasione per dimenticarsi un po’ dei loro luoghi originali.
«Il museo italiano è a cielo aperto, e la qualità assoluta italiana è questa. Per il suo garantire presente e storia, passato e vita. Dal punto di vista del marketing non c’è assoluto rivale in questo. Non è per nulla vero che abbiamo “primati” museali: la nostra qualità è questa convivenza, negli stessi spazi, checché se ne dica e checché ne sia delle riforme che privilegiano i musei. É chiaro che si tratta di una ricchezza che genera spese, ma è un’industria produttiva diffusa che non potendo competere sulle grandi dimensioni, va assolutamente tutelata e non sfibrata. Il fatto che questi beni debbano tornare ai loro luoghi è, psicologicamente, un esorcismo solenne per la popolazione – come accadde all’area di Pieve di Cento, durante il sisma dell’Emilia. Il paese chiese specificatamente di poter conservare in una struttura antisismica in loco i Beni recuperati dopo il crollo della sua chiesa, anziché mandarli in deposito al Palazzo Ducale di Sassuolo, centro estraneo al sisma seppure nella stessa regione. La ricostruzione dovrà seguire, anche, questi percorsi. Evitando di snaturare il territorio, e senza affondare le coscienze, ma ponendosi in ascolto dei bisogni “locali”».
Matteo Bergamini

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