La strategia curatoriale di Giacomo Zaza prosegue nella scelta di portare a Molfetta “i protagonisti dell’arte” contemporanea. Il luogo, il Torrione Passari, si rivela ideale, grazie ad un minimalismo strutturale non algido che moltiplica la suggestione delle opere installate. Suggestione che, in teoria, non dovrebbe appartenere a Joseph Kosuth (Toledo–Ohio, 1945; vive a Roma) padre dei concettuali, per i quali la forma è surclassata dal significato stesso e dal rapporto anticromatico nero-bianco, ovvero dall’azzeramento assoluto del colore, scelta intransigente ereditata dall’artista Ad Reinhardt durante gli anni Cinquanta.
Oggi non è più così per l’americano, che si schiera a favore di un messaggio meno sottile e più diretto, sebbene Kosuth abbia recentemente sostenuto di cercare “di evitare, in modo sistematico, cose che sono semplicemente decorative o l’idea del ‘bello’ che potrebbe essere suscitata in qualcuno. Il gusto dovrebbe essere usato, qualora necessario, ma non celebrato. La mia opera per esempio è sempre priva di colore a meno che non vi sia un motivo importante per usarlo.”
Eppure in Thirteen Locations of Meaning -opera installata nel Torrione- la sequenza della parola “significato” in lingue diverse, di cui fa parte anche il termine segnefecate in dialetto molfettese, suscita un indiscutibile fascino sublime. Le iscrizioni in corsivo sono realizzate in neon azzurri e affisse con scrupoloso equilibrio alle pareti, sulla volta a cupola, sino alla parola nascosta oltre il foro centrale.
L’opera evoca un virtuale igloo, involontario tributo all’arte del compianto Mario Merz. Ma l’uso del neon da parte di Kosuth risale già alla metà degli anni Sessanta, scelto perché “materiale usato per la segnaletica”, legato all’idea di pubblicità della cultura di massa e preferito perché fragile ed effimero, perciò affine alla scrittura.
”Thirteen Locations of Meaning caratterizzata dal colore blu di Giotto, ha una lunga storia. E’ un’opera “aperta”, non inedita, ma in fieri: è stata pensata per il papalino Castel Sant’Angelo a Roma ed intitolata God (realizzata con il sostegno dell’Arcidiocesi di Roma e del Rabbino Capo di Roma) con la finalità di mostrare le differenze culturali e linguistiche ed il relativo impatto sul mondo, nel corso della storia e sul quotidiano. All’opera è stata poi aggiunta la parola “significato” in relazione ai singoli contesti, come è accaduto negli Emirati Arabi, a Sarajevo e a Molfetta dove, oltre al dialetto, vi sono anche termini in ebraico e turco.
Molfetta, quindi, diviene parte di un grande progetto glocal, in cui -come afferma il curatore- “la varietà di parole tratte dalle scritture di tutto il mondo e le pareti in pietra assumono il valore di una nuova unità significante, o meglio un dispositivo dinamico dal quale viene generato un universo di sovrapposizioni e di relazioni tra vari livelli di lettura”.
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