La fotografia è come un teatro primitivo, scriveva Roland Barthes. E può essere anche memento mori, nel momento in cui svela l’indagine sul vissuto umano e sulla coscienza. Sedici immagini di grandi dimensioni, dittici e trittici stampati su lambda e collegati a livello narrativo, mostrano la poetica complessa di Nicola Vinci (Castellaneta, 1975), giovane fotografo pugliese. Ed è proprio a Barthes che si ispira liberamente per tracciare i segmenti di una pratica fotografica intesa sostanzialmente come volo psicologico. La scelta dei colori vivi e contrastati e l’impostazione di gusto squisitamente pittorico dei lavori -dove il titolo stesso diviene parte fondamentale dell’opera e nel contempo chiave di lettura- mostrano uno studio sapiente e particolare dell’immagine e dell’ambientazione, che rimane quasi sempre neutra, come il fondo di un personalissimo palcoscenico. Vinci mette in scena il Gran Teatro della Vita e della Morte costruendo vere e proprie scene teatrali alla maniera greca, truccando gli attori come se indossassero le maschere bianche delle tragedie, e scegliendo gli abiti di scena per mostrare l’aspetto viscerale legato ad un quotidiano che gioca sull’istante.
Un lavoro sicuramente ermetico, ma che proprio per questo intende prestarsi ad una personale interpretazione, dove la morte è vista come serena parte della vita da non temere, dove nessun elemento è mai fine a sé stesso, pur nell’assurdità grottesca della rappresentazione visiva, ma diviene metafora dotta. Le farfalle che si posano sul cuore, anime che volano via e alludono alla legge del caos, i fiori, sempre ricorrenti nei riti religiosi, o i riferimenti alla tradizione pittorica (al fiammingo Rogier van der Weiden nell’opera Lacrime o al nostro Veronese nel dittico Madonna con bambino, dove il piatto dietro la testa simboleggia l’aureola e allo stesso tempo la decapitazione). Fotografia e oggetto si richiamano a vicenda per connessioni psicologiche, laddove il soggetto viene oggettualizzato come essere inanimato, come natura morta, una statua all’interno dello spazio anonimo, dipinta di bianco come l’attore di un dramma in fieri.
Uomini e donne messi in posa, dalle guance rosso sangue, e bambini, vittime per eccellenza -del nazismo o della perversità umana, della pedofilia e dell’abiezione- appoggiati su mattonelle bianche da ambiente medico come sacre reliquie da custodire, sopra lenzuola bianche come moderne sindoni.
francesca baboni
mostra visitata il 29 giugno 2005
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