Categorie: Mostre

Gli Anni: il Museo Madre di Napoli rilegge la storia artistica della città attraverso una grande mostra collettiva

di - 27 Febbraio 2026

Scritta e vissuta tra sentieri, piazze, musei e gallerie, irrimediabilmente sincretica nel suo divenire, la storia dell’arte che a Napoli e in Campania ha intrecciato i propri percorsi con le influenze del mondo, in ogni latitudine, deve la sua composita memoria a testimoni, luoghi e vicende che hanno saputo catalizzare e governare le influenze di portavoce internazionali. È ben noto l’approdo dell’eccentrico fabbricante dai pensieri circondati d’argento, così come l’arrivo di Joseph Beuys, che in quel “catastrofico” Mezzogiorno scorgeva come un sismografo vivente le vibrazioni e le discontinuità, in cui pure sorgeva, resiliente, un particolare «Fiore giallo» di cui gli parlò Lucio Amelio — per dirlo con il titolo di un recente e puntuale contributo di Massimo Maiorino (La pianta dal fiore giallo. Beuys a Napoli, 2023), dedicato proprio alle trasformazioni dell’artista tedesco (e della città) e al suo incontro con le figure “eroiche” che hanno reso Napoli un cantiere vivo e intriso di esperienze da ogni luogo.

Sono proprio le traiettorie di queste figure, tra istituzioni tradizionali e luoghi dell’arte posti oltre le mura, a rivolgere ancora al presente una prismatica voce. Un racconto per cui ogni stringente linearità si rivelerebbe poco adatta a tenere insieme quei mille fari che, ancora oggi, affiorano e puntano sul presente dell’arte. Proprio come fari, in una narrazione a spot di grandezze ed eco diverse, vicende note o quasi inedite emergono ancora nel secondo capitolo del formato espositivo ideato lo scorso anno dal Museo Madre di Napoli: Gli anni. Capitolo 2, a cura di Eva Fabbris in collaborazione con Marta Federici e Silvia Salvati, visitabile fino al 6 aprile 2026.

Carlo Alfano, Delle distanze dalla rappresentazione, 1968-69, Collezione museo Madre, installation view, Gli anni. Cap. 1, 2024, museo Madre_courtesy museo Madre, foto Amedeo Benestante

Come accennato in occasione del primo capitolo — di cui abbiamo scritto su queste pagine — il nome è debitore all’omonimo romanzo della scrittrice premio Nobel Annie Ernaux, in cui la descrizione di fotografie e ricordi di momenti importanti di una vita singola diviene al contempo affresco autobiografico e cronaca collettiva. Esposizioni-rimedio di questo tipo permettono così di spostare la soglia dell’oblio più lontano, ripercorrendo, ma soprattutto includendo nessi e rimandi possibili con il presente.

Così, in questo secondo capitolo, la natura dell’operazione si precisa ulteriormente. Certi episodi tornano con la consistenza di fatti ancora da compiere — materia che il tempo non ha esaurito, questioni ancora aperte o appena sfiorate. Tra persistenze e distanze, gli episodi di ora si affiancano, come accade con i ricordi, ad alcuni già presenti nel percorso lo scorso anno.

Allan Kaprow, Apple Shrine, 1960-1992, installation view, Gli anni. Cap.1, 2024, museo Madre, courtesy museo Madre e Fondazione Morra, foto Amedeo Benestante

Resta tra gli stessi angoli Apple Shrine (1992) di Allan Kaprow (Atlantic City, 1927), proveniente dalla Fondazione Morra, che ora precede Knight, presentata da Eric Wesley (Los Angeles, 1973) nel 2013 alla Fondazione Morra Greco nell’ambito di Hybrid Naples: L’ordine delle idee deve procedere secondo l’ordine delle cose. L’opera è un’armatura medievale — di costruzione moderna — che occupa lo spazio nell’oscurità quasi totale: un bagliore la illumina per un istante nella sua interezza, poi il buio la reintegra. La struttura temporale dell’opera sembra emulare ancora quella del ricordo, qualcosa che si dà nella sua pienezza soltanto nell’istante in cui lo si coglie, lasciando poi nell’incertezza quanto si sia davvero visto.

Eric Wesley, Knight, 2013, installation view, Hybrid Naples l’ordine delle idee deve procedere secondo l’ordine delle cose, 2013, Fondazione Morra Greco, courtesy Fondazione Morra Greco, Napoli

Le opere di Rosa Panaro (Casal di Principe, 1935) occupano lo spazio con la presenza fisica e frastagliata propria delle sue cartapeste: mitili, lische e forme marine di grandi e piccole dimensioni, condotte talvolta in colori pop che portano la materia povera del supporto verso una vivacità cromatica inattesa. Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, Rosa Panaro, scomparsa nel 2022, ha ricevuto negli ultimi anni una progressiva riscoperta critica che ha illuminato le reciproche e intense energie delle sue sperimentazioni artistiche e del suo impegno sociale, come testimoniato anche dall’inaugurazione, nel 2026, della sua prima personale alla Galleria Tiziana Di Caro. Rimane ancora lo sguardo su Carlo Alfano (Napoli, 1932), già presente nel primo capitolo attraverso Delle distanze dalla rappresentazione (1968-1969), e su Luciano Fabro (Torino, 1936).

Rosa Panaro, Ai tempi del colera, 1973, Collezione museo Novecento a Napoli, Castel Sant’Elmo, courtesy Musei nazionali del Vomero

Sono inoltre presenti in mostra Thomas Bayrle (Berlino, 1937), Simone Fattal (Damasco, 1942), Cindy Sherman (New Jersey, 1954), Frances Stark (Newport Beach, 1967), Rashid Johnson (Chicago, 1977), Lorenzo Scotto di Luzio (Pozzuoli, 1972), Piero Golia (Napoli, 1974) e Mimmo Jodice (Napoli, 1934), per il quale è stato pensato un incontro dedicato alla retrospettiva esposta al Madre nel 2016.

Mimmo Jodice, Teatralità quotidiana a Napoli, 2016, installation view, Attese, 2016, museo Madre, courtesy Museo Madre e Mimmo Jodice Studio

Il progetto, come nel capitolo precedente, riserva uno spazio alla produzione del presente, «Includendo artisti che espongono a Napoli per la prima volta»: per questo secondo capitolo, è presente la proposta fotografica di Eva Giolo (Bruxelles, 1991), e il dispositivo sperimentale che offre una mostra nella mostra, già avviato con Federico Del Vecchio nel primo capitolo, riconfermato attraverso la figura di Giorgia Garzilli (Napoli, 1992) a cui è affidata in quest’edizione la curatela di una sala allestita attingendo dalla collezione del Madre.

Rashid Johnson, The Man of the People, 2005, courtesy Collezione Stefano Sciarretta

Gli anni è un progetto che si costruisce per accumulo e per sottrazione insieme — ogni capitolo aggiunge episodi e ne lascia altri in attesa, segnalando quanto resti ancora da dire. Il percorso è scandito da poster che indicano gli anni in cui le opere sono state esposte in Campania: una scansione che orienta senza ordinare, che punteggia senza periodizzare. Parte integrante della mostra è il public program, che propone incontri, conversazioni e visite rendendo conto della vivacità della scena artistica napoletana nella storia recente e contestualizzandola in una prospettiva più ampia.

Simone Fattal, Hermes, 2021, courtesy Parco Archeologico di Pompei (Pompeii Commitment. Materie archeologiche), Napoli, foto Andrea Rossetti

Le opere divengono così «Un palinsesto su cui costruire narrazioni storico-artistiche, politiche, antropologiche e sociologiche», in linea con una concezione del «museo come luogo di produzione di pensiero transdisciplinare». Come quella storia sincretica da cui tutto ha preso avvio, il progetto non si chiude: resta disponibile a ciò che non è ancora stato detto, a ogni nuovo attraversamento.

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