La Provincia di Potenza ha affidato a Philippe Daverio il suo progetto di creare una “rete delle piccole province”. Critico d’arte di frontiera, Daverio ha accettato la sfida convinto che “la provincia possa costituire un modello alternativo di vita a quello della metropoli” e che, in un’era tecnologico-mediatica in cui le distanze sembrano annullate, si possa davvero rompere l’isolamento culturale dei piccoli centri.
L’evento inaugurale di questa collaborazione è la personale di Giuseppe Antonello Leone (Pratola Serra, 1917) artista-artigiano della provincia di Avellino in cui Daverio si è imbattuto nella sua ricerca quasi ‘antropologica’ di artisti nascosti o ignorati dalle strutture ufficiali. Le singolari e divertenti sculture-giocattolo di Leone, sottratte allo studio-bottega sotto la Nunziatella a Napoli, si trasformano in opere d’arte, ironiche e trasgressive, sperimentali e classiche al tempo stesso. Oggetti fatti con i rottami e i rifiuti raccolti tra il pattume di Napoli e, come dice l’autore, “risignificati”, vivificati di una nuova forma/luce che li sottrae al loro destino di rifiuto e gli restituisce la dignità perduta. Un lavoro apparentemente leggero, vicino al divertissement e all’audace dissacrazione artistica di dadaisti e surrealisti come Man Ray o Duchamp, è in realtà un gesto estetico ed etico di riscatto della materia attraverso l’ironia pungente propria dei meridionali.
La mostra è un continuo susseguirsi di meraviglie, oggett
Ma la poetica di Leone non reinterpreta solo l’objet trouvé, altrettanto sorprendenti sono i suoi strappi murali che egli ri-definisce “archeologia murale”. Ben diversi dalle accattivanti icone pop di Rotella, i décollages di Leone sono come i livelli di uno scavo archeologico che raccontano per stratificazione la storia di un luogo: le lotte operaie e contadine negli anni ’50-’60 (La rivoluzione è fatta), la stagione della Resistenza e le lotte partigiane (Nego) ma anche uno splendido tramonto sul Vesuvio (Sole rosso).
Gli ultimi lavori del 2005 giocano con i segni della modernità: i due progenitori biblici, Caino e Abele, sono sagome di profilo d’impianto pierfrancescano fatte di complicati e coloratissimi circuiti elettronici, androidi (e futuri rifiuti?) della società tecnologica. Un nuovo campo d’indagine per il maestro che, a quasi novant’anni, sta programmando il lavoro per i prossimi venti…
barbara improta
mostra visitata il 7 luglio 2005
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