Quando si sentono nomi come Dogon o Baulè, la mente corre agli anni brucianti in cui l’avanguardia traeva la sua linfa dal confronto con le culture cosiddette primitive (ma forse primitivo è una storia dell’arte limitata all’Europa). Il confronto, come spiegò l’epica mostra di Rubin Primitivism in Twentieth-Century Art, non era solo formale, non si basava solo sulle suggestioni date da oggetti linearissimi, da pennellate incise che tanto servirono nel brodo primordiale del cubismo; l’importanza dell’arte tribale fu anche la sua potenza animistica, il suo essere totem, trasfert di forze invisibili, che l’uomo non capisce ma sa solo adorare o uccidere. Visione che si esaltò col calderone surrealista (anche Picasso, allora, ricordando le visite al Trocadero, enfatizzava l’aspetto magico, lui che al museo etnografico ci andava esattamente come al Louvre).
E forse il surrealismo è un tramite per capire come questi oggetti siano significativi anche per artisti più vicini a noi, che guardano alla madre Africa con la fascinazione della scoperta.
Ma la mostra della tanto piccola quanto attiva Galleria Peccolo non cerca influenze né spiegazioni. In una moderna Wunderkammer stanno accanto i tessuti Kuba e un Capogrossi del ‘54 (quando, svegliatosi astratto una bella mattina del ’49, l’artista tracciava con esitazione i suoi geroglifici e non aveva ancora stampato il timbro a “pettinone”, alla lunga noioso). Di certo, nei quattro studi per Africa che Pascali buttò giù nel 1965 con la sua solita giocosità, il richiamo al primitivo appare più esplicito, leggero, ammiccante all’art brut di Dubuffet di questi anni (assai forte nel Macreau esposto).
Ma quasi tutti gli altri (tanti) artisti stanno pari a pari con gli oggetti tribali esposti: anzi forzano la mano alla regressione fino alla ripresa di elementi non della cultura, ma della natura: Arman comprime foglie come insetti chiusi in una remotissima ambra; Nunzio, in una piccola ma potente scultura, brucia il legno fino a farne un monolito di kubrikiana memoria, mentre la Nevelson chiude in un armadietto delle meraviglie forme tra geometrico e vitale. Prepotente è la materia nell’opera di Valentini, quasi formata dall’acqua che si ritrae; legno e fuoco campeggiano anche in un insolito Crippa. Le linee raschiate nel fondo vischioso di un catrame di Burri del ‘51e il tormentato intonaco di un Tàpies stanno accanto a tessuti Mbute; mentre un Kemeny del ‘64, con i suoi pistilli nel piano liscio, non si sa se somiglia più a bulbi che crescono al rallentatore, a stalattitti che eternamente stanno per cadere, o ai sogni di perle Yoruba.
Certo, di queste culture africane sa si dire poco, schiavi del mito per cui esse non avrebbero età né sviluppo, maestri né nomi: varrebbe la pena tacere e rileggere il felicissimo libro I primitivi traditi di Sally Price, che con acume ci svela i pregiudizi che abbiamo (avevamo?) sui prodotti tribali, che anche questa mostra chiama “oggetti”, quasi avesse paura di chiamarli “arte”.
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