Nell’ambito del progetto Residenza d’artista, organizzato per il terzo anno di seguito dal museo di ceramiche Carlo Zauli di Faenza, Eva Marisaldi (Bologna, 1966) espone presso la Galleria comunale d’arte della cittadina romagnola. A questa mostra seguirà (dal 19 novembre 2005 al 15 gennaio 2006), al museo Carlo Zauli, quella dei lavori realizzati nel corso dei laboratori sull’uso della ceramica cui la Marisaldi ha partecipato durante l’estate.
In questo caso si è scelto di esporre un’opera rappresentativa delle modalità e delle tematiche fulcro del lavoro dell’artista. Sul pavimento del lungo ambiente rettangolare sono disposti, vicini, oggetti realizzati con sottili tubi di alluminio: una panchina in tre dimensioni, un casco di banane, un fiore, un paio di mutande, un cestino per i rifiuti. Sono tutti scarni simulacri che a stento si reggono. Emblema di questa generale fragilità la minuscola e lunghissima scala a pioli che pende da sopra la vetrina della galleria ricadendo sul pavimento: è evidente che basta un movimento sbagliato a spazzarla via (come d’altro canto è accaduto nel corso dell’inaugurazione).
Questi oggetti non soltanto sono troppo fragili per essere funzionali, ma appaiono anche trasparenti, leggeri, inafferrabili: quasi del tutto smaterializzati, sfuggono all’esperienza dei sensi. È richiesto uno sforzo d’immaginazione per vederli come segno delle cose che rappresentano, ammesso che il loro scopo sia la rappresentazione. Costringono ad attingere alla memoria per riempire i loro vuoti con colori, forme, materiali, odori dei loro referenti: il tatto non restituisce che la generale freddezza dei sottili spigoli in alluminio.
Su una parete della galleria è proiettato un video in cui, tra le quinte costituite dalle pareti bianche, questi oggetti ridotti a bordi un momento sono e un momento dopo non sono più: anche il movimento non è che l’immaginazione del movimento.
Con Il bosco di Claire Eva Marisaldi continua ad usare un linguaggio il cui alfabeto è composto di segni ambigui e non immediatamente decifrabili: come ogni linguaggio poetico esso risulta tuttavia non soltanto evocativo, ma anche piacevole nella sua indeterminatezza e allusività. Questo lavoro può essere visto come una riflessione sulla memoria, la percezione, un modo per rinnovare la visione costringendo a ragionare sul suo funzionamento. Eva Marisaldi sembra porre problemi piuttosto che offrire soluzioni.
A complemento di questa installazione lungo le pareti della galleria sono appese fotografie di momenti di performance, disegni, fotocopie di frasi scritte a mano libera. La loro didascalia è scritta a matita sul muro, secondo una prassi di basso profilo che forse vuole essere misura della loro occasionalità. Si tratta di testimonianze di altri lavori dell’artista: estrapolati dal contesto non soddisfano la curiosità di capire il senso dell’opera cui rimandano, e nella maggior parte anche il modo in cui questa era strutturata. Restano come feticci, tracce, limitandosi a suggerire alcune della modalità del lavoro dell’artista.
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