“Quello è un giovane che per impreviste, inavvertibili scorciatoie giunge al centro della realtà dell’immagine plastica” disse Arturo Martini già nel 1944 di fronte alle sculture di Alberto Viani (Quistello, 1906 – Venezia, 1989), intuendone l’incredibile capacità di sintesi e di scarnificazione della forma. Proprio da Martini, e dalla sua ricerca d’un rinnovamento del linguaggio plastico che liberasse la scultura dalla statuaria, parte la sua lunga riflessione speculativa sulle forme plastiche, e sull’unico tema del nudo, di stringente rigore logico ma sottesa da una sensuale malinconia.
I vuoti drammatici delle chiese basiliane, scavati nella roccia dai monaci in cerca di raccoglimento, sembravano aspettare da secoli le fantasie figurali di Viani, spazio che si fa immagine, idea che si fa forma, miracolo luminoso del più solitario e contemplativo degli artisti (“…io sono proprio uno scultore inattuale, perché invece di fare tante sculture, penso per molto tempo la medesima cosa”). L’attitudine all’isolamento era quella di un’intera generazione d’intellettuali che, impossibilitati all’espressione libera, si chiuse in una muta meditazione dall’alto valore morale, come nelle silenti e metafisiche nature morte di Morandi. Di qui il silenzio e la concisione delle sue prime opere che, partendo dall’archetipo delle statue della Grecia arcaica, lo riducono ad un torso acefalo e senza arti che allude soltanto alla forma umana (Torso virile, del 1939; Nudo, 1940). L’essudazione delle forme e la dolente sensualità appena umana lo fa associare ai poeti ‘ermetici’, anche per l’uso anti-retorico del gesso. Quasi le opere fossero copie incompiute per la gipsoteca di un museo, a rimarcare il contrasto nostalgico tra caducità della materia ed eternità dell’idea. Dopo la fine della guerra, la speculazione metafisica di Viani si fa più libera nella tensione ideologico-spirituale verso l’idea del bello/buono platonico e raggiunge i suoi più alti risultati di sintesi forma/spazio. L’essenziale profilo della Cariatide (1951), che si protende e inarca nell’aria; il perfetto equilibrio di volumi contrapposti del Torso(1948), che si sviluppa nella torsione elicoidale ormai svincolata da richiami antropomorfi del Nudo al sole, (1956) allontanano sempre più la sua ricerca
Ma il solito mostro scandaloso continua a rendergli dura l’esistenza e il concluso idolo monumentale si squarcia sul ventre con tagli netti, geometrici (Idolo, 1949), in omaggio alle figure inutili e misteriose disegnate dal Picasso surrealista. Dato che la speculazione intellettuale procede per improvvise intuizioni, Viani stupisce pubblico e critica con le sue invenzioni plastiche: dalle Bagnanti (1969-73), in cui la linea prevale sul volume, all’Odalisca(1973) bidimensionale e geometrica. Fino alle figure femminili degli anni ‘80, ridotte ad un’ostia sottilissima su cui incide pochi segni e applica piccole sfere a ricordo lontano della corporeità da cui più di quarant’anni prima era partito.
Da non perdere la serie di disegni preparatori esposti al Circolo La Scaletta, fogli fitti di linee e ghirigori che ricordano la serie di filiformi sculture in ferro in mostra a Matera (le Chimere) e che dimostrano come la matrice della scultura fosse per Viani l’eidos che lentamente diventava forma lineare e poi plastica.
barbara improta
mostra visitata il 29 agosto 2006
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