Il linguaggio di Fabio Torre (Bologna, 1955) è rimasto sostanzialmente lo stesso: continua a servirsi principalmente della tecnica ad olio, a passare attraverso il riferimento fotografico e, ancor di più, cinematografico. Non è cambiato nemmeno lo sguardo alle pratiche artistiche degli anni Settanta, quando si utilizzavano fotografie e filmati super 8, per curiosare la realtà nel suo aspetto più oggettivo.
Da un punto di vista figurativo, About Patti Smith rappresenta però un terreno di svolta: non ci sono più le sagome in bianco e nero, di anonimi individui, persi nella confusione di un bar o nell’apatia di una sala d’attesa. Non più scenari metropolitani, ma riferimenti immortali d’intere generazioni. I volti sono quelli di Andy Warhol, Nico, Jackson Pollock, William Burroughs, Bob Dylan, e naturalmente Patti Smith, che capeggia in una gigantografia al centro della sala. È lei la protagonista e la fonte d’ispirazione di una serie di olii e disegni, che vedono impegnato Torre contemporaneamente a Brescia e a Bologna (presso la galleria Studio G7). Peccato però, che le opere presenti qui, siano poche (perché quelle più belle sono nascoste in una sala secondaria?).
Colpisce tuttavia la scelta di rappresentare la Smith fuori dal palcoscenico, nei suoi aspetti più semplici, insieme alle personalità che ne hanno segnato la storia: tra gli altri, Allen Ginsberg al quale recitò poesie di Ezra Pound sul letto di morte, Mapplethorpe suo ex compagno, che le scattò fotografie entrate alla storia.
È indubbio che l’artista sia rimasto colpito soprattutto dalla Smith poeta, considerando anche la pubblicazione di un volume di poesie (A soldier with no shoes), scritte in inglese dallo stesso Torre e dedicate proprio a Patti Smith. Ma dov’è finita la carica esplosiva di quei personaggi? Dov’è finita la sorprendente forza vitale dell’autrice di Horses, che a sessant’anni continua ad sfoggiare l’energia di una ventenne?
Gli anni Settanta sono i bei tempi, evocati dai nostalgici e da chi non ha potuto viverli, gli anni della novità e dell’eterna giovinezza, ritenuti spesso, a torto o a ragione, più autentici di quelli attuali. In mostra più che il fervore e la suggestione, ne viene evidenziato essenzialmente il ricordo..
valentina rapino
mostra visitata il 3 febbraio 2006
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