Annoiati dall’immagine che compare sullo schermo del proprio telefono cellulare? Un diversivo vettoriale giunge da Mauro Ceolin (Milano, 1963). Il pittore e artista multimediale –in mostra con una personale nella galleria di Fabio Paris a Brescia– si dedica da tempo ai mondi poligonali della video-ludicità. È universalmente noto soprattutto per questa ragione e ha partecipato a rassegne allestite a San Francisco e San Paolo, Venezuela e Merida, Istambul e Thailandia. Ma il punto è proprio questo. Se per qualsiasi ragione non ci si potesse recare “fisicamente” a Brescia per apprezzare i lavori di Ceolin, si potrà scegliere il proprio Solid Landscapes, inviare un Sms al servizio di Urban Messages e… voilà! L’opera, in tutta la sua immediatezza, comparirà come wall paper sul cellulare.
L’idea è particolarmente interessante proprio perché impatta il mezzo di comunicazione più utilizzato in questo emisfero e il connesso servizio testuale che, almeno in Europa, ha dato vita a un’autentica rivoluzione linguistica. Che consiste innanzitutto nell’obbligo di adoperarsi per essere sintetici e chiari. Con una limitazione simile si dev’essere confrontato anche Ceolin, d’altronde già uso a sfruttare pregi e difetti della grafica vettoriale e del range limitato delle cromìe. L’esito consiste in oltre dieci scenari che rinviano alle villette di Sim City, ai non-luoghi metropolitani patria di writer e skater, a Gotham City dominate da posticci cremlini, a grattacieli temibili scaturiti da simulatori di volo, a sterrati impegnativi per amanti del rally e ad ampi stadi per calciatori digitali. In altre parole, Ceolin si richiama a celeberrimi videogiochi, creando una figura di mise en abyme tecnologica, rivedendo e correggendo gli ambienti videoludici per adattarli al cellulare, strumento di tele-presenza vocale e ormai, sempre più spesso, tele-visiva.
Domenico Quaranta, che firma uno dei due testi del pieghevole sottolinea come l’operazione di Ceolin si riconetta a una tradizione tutt’altro che avanguardista: si pensi al Canaletto, che per ritrarre Venezia utilizzava la camera ottica. Un approccio al paesaggio che vive della mediatezza. Vincolando il prospettivismo, la soggettività, e quindi frapponendo un ulteriore schermo fra l’occhio umano e la realtà. Qual è allora la peculiarità dell’artista milanese, che frappone fra sé e il (genere del) paesaggio la cortina del videogame e della vettorialità di Flash? Aldilà dell’aspetto prettamente tecnico e tecnologico, va sottolineata l’assenza di ogni componente umana. Ceolin elimina infatti ogni personaggio che solitamente abita quei videogame, siano essi simulacri umani o creature zoomorfe. Allo stesso modo, procede per sottrazione, cancellando anche tutti gli elementi mobili. Dopo la radicale riduzione fenomenologica, restano paesaggi sospesi, degni di un racconto di science-fiction anni ’50. Il che colpisce a maggior ragione chi conosca il setting originario, dove invece l’azione è predominante.
Paesaggi che hanno un netto valore politico. Foss’anche solo perché affrontano la questione del video-gioco e non la riducono a mera espressione dell’incomunicabilità contemporanea. Affrontando il tema della tele-comunicazione e dell’autismo, che ne è il verso solo superficialmente antinomico, Ceolin permette di riflettere aldilà delle tesi troppo spesso celebrate ma non approfondite di Marc Augé. E che a far riflettere sia lo schermo di un cellulare è già una vittoria. Silenziosa, ma non trascurabile.
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