Rigetto, di Dino Lopardo
Dal 26 al 31 maggio 2026, Castrovillari ospita la XXVI edizione di Primavera dei Teatri, festival ideato e diretto da Dario De Luca e Saverio La Ruina. Dentro un programma costruito tra prime, anteprime, residenze e incontri, Dino Lopardo arriva con una doppia presenza: il 31 maggio presenterà il volume Affogo (edizione SuiGeneris) e porterà in anteprima Rigetto, secondo capitolo della sua Trilogia dell’odio.
Autore, regista, attore, Lopardo lavora su una drammaturgia fisica, sporca, tragicomica, in cui famiglia, provincia, paura e vergogna diventano materia scenica. Dopo Affogo, attraversato dal bullismo e dalla paura dell’acqua, Rigetto sposta il campo sul corpo, sul cibo e sui disturbi del comportamento alimentare. Per Rigetto, Lopardo è anche costruttore delle scene. L’abbiamo incontrato per questa intervista.
Artigianato o ossessione del controllo?
«Prettamente megalomania. Prima di arrivare a Roma, in Accademia, ho avuto un percorso tecnico: facevo il cartongessista, l’operaio, per pagarmi gli studi. Quella parte di manovalanza me la sono portata in teatro. Per Rigetto ho progettato e realizzato le scene: sono stato in scenotecnica dalle nove del mattino alle cinque e mezza del pomeriggio».
A Primavera dei Teatri presenta Affogo e debutta con Rigetto. In Affogo la famiglia non è rifugio: sembra più un acquario tossico. In Rigetto che famiglia resta?
«Parto sempre dalla famiglia, perché secondo me è il primo nucleo della società. Prima di immergersi nel mondo, un essere umano passa da lì. Mi interessano le famiglie disfunzionali, i traumi che poi si riverberano nella società. Affogo ha come macrotema il bullismo; Rigetto i disturbi del comportamento alimentare, con un focus sulla bulimia. Sono personaggi che subiscono vicende familiari importanti e poi costruiscono la propria personalità anche su quello che hanno vissuto».
Trilogia dell’odio è un titolo forte. Che odio le interessa raccontare: quello subito, quello esercitato o quello ereditato?
«Tutti e tre. In Affogo, Nicholas è stato odiato e odia a sua volta. Non è bianco o nero. Secondo me non esistono davvero i buoni e i cattivi, almeno nelle mie storie. Esistono i contesti e il modo in cui le persone reagiscono. Nicholas subisce atti di bullismo e poi riversa quel bullismo sul fratello minore, quasi per rivalsa, per sentirsi potente, intoccabile, dentro una famiglia in cui non ha strumenti».
Leggendo Affogo sembra che sotto l’odio ci sia soprattutto la paura…
«La paura è fondamentale. C’è la paura dell’acqua, della piscina, ma anche la paura di non essere in grado. Alle scuole medie una maestra non mi fece partecipare alla recita perché diceva che non ero capace. Mi ferì molto. Davanti a una cosa così ci sono due strade: soccombere o reagire. Io ho reagito, anche con testardaggine. Ma mi interessano anche quelli che restano lì, con le proprie paure che si ingigantiscono».
Nel testo la comicità arriva nei punti più sporchi, più insopportabili. Il comico è difesa, lama o forma di verità?
«Direi lama. Più la tensione si alza, più arriva vicino a un punto di non ritorno, più mi interessa lavorare sul sorriso. Il cinismo mi appartiene e lo riverso nel lavoro. Non mi interessa addolcire».
Nicholas, il protagonista, interpreta vittime e carnefici…
«È un conflitto continuo. Essendo un monologo polifonico, Nicholas porta dentro di sé queste voci, questi fuochi opposti. È come avere sulle spalle l’angelo buono e il diavoletto. La vittima può diventare violenta per difendersi. Ho visto persone fragili, davanti al pericolo, trasformarsi improvvisamente. È un po’ quello che accade a Nicholas: se non reagisco, muoio».
Rana, Delfino, Affogo: due stili di nuoto e un fallimento. Nicholas non impara a nuotare. È una scelta o una condanna?
«Per me è un fallimento della società, non del protagonista. Quando non c’è ascolto, quando non c’è dialogo, quando manca l’empatia, si produce questo. Io parto dalla famiglia e poi allargo il bersaglio alla società. Mai come oggi si può parlare di odio: guardi ovunque e accade l’irreparabile».
Samuele, fratello di Nicholas, non parla mai. È l’unica figura che sembra non tradire nessuno.
«Samuele per me è l’innocenza non ancora deturpata, né dalla famiglia né dalla società. È anche il propulsore che fa detonare rabbia, sconforto e impotenza in Nicholas. Nicholas sogna di diventare campione di nuoto, ma quel sogno viene infranto dalla famiglia, dalla società, da Pino il bagnino che gli ripete che non è capace. Alla fine la paura e l’insicurezza predominano e distruggono quello che hanno intorno».
Sente di appartenere a una drammaturgia del Sud – Testori, De Filippo, La Ruina – o la sua genealogia è altrove?
«Odio scrivere solo a tavolino. Prendo appunti, poi esco, vado per strada, parlo con persone ai margini, ascolto. Quando decidi di raccontare gli ultimi, è una grande responsabilità. Ho letto Testori, certo. Ma non è solo una questione di genealogia. Mi interessa ascoltare, aspettare, lasciare che quelle voci mi diano qualcosa. Poi rimaneggio molto il testo, proprio perché sento quella responsabilità.
Modifico fino all’ultimo. In Rigetto sono arrivato a più di cinquanta versioni. Il testo cambia con lo spazio, con le luci, con il gruppo di lavoro. Qui il frigorifero è un personaggio vero e proprio. Mi interessava costruire questo “giocattolo” e scrivere anche in rapporto a lui. Mi interessa che tutto proceda insieme: parola, luce, scena, attori».
A Castrovillari debutta in anteprima Rigetto, secondo capitolo della trilogia. E il terzo?
«Il terzo sarà Cesso, un monologo sulla ludopatia. Sono tre lavori su ferite diverse, ma tutte legate a vicende familiari e sociali che costruiscono, o distruggono, una personalità».
Come reagisce il pubblico davanti a temi così diffusi eppure ancora così scomodi?
«La parola più bella che ricevo è “grazie”. Non “complimenti”: grazie. Mi capita spesso fuori dal teatro, mentre smonto. Quando arriva quella parola mi commuovo, perché forse significa che ho toccato corde che oggi andrebbero toccate. A me interessa tornare al pubblico, alle persone, ai racconti veri, non edulcorati».
Affogo è un libro ma anche uno spettacolo che ha debuttato tre anni fa. Perché così tanto tempo prima di Rigetto?
«Non scrivo in serie, uno spettacolo l’anno. Scrivo quando sento che è arrivato il momento. Per me è una grande responsabilità. Non mi interessa strizzare l’occhio allo spettatore, non mi interessano i numeri né essere dentro i grandi circuiti a tutti i costi. Le tematiche che tratto sono scomode, forse possono anche allontanare. Però il tempo mi sta dando ragione: c’è empatia. E questo per me conta più del resto».
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