Distimico- ciclotimico-ipertimico sono i temperamenti da psicosi affettiva. Ci scherza su Michele Lombardelli (1968, Cremona) -presentato da Gianni Romano- quando dice di soffrirne. Li ha introdotti come parte integrante della sua pittura, ma è una metafora per definirsi borderline. In equilibrio precario, cioè, tra situazioni diverse, talvolta contrastanti. Fino ad uno stato, non dissimile dalla schizofrenia, in cui fanno gioco le realtà geografiche vissute, innanzitutto. Poiché è la California il punto di partenza, come d’arrivo. Il sogno realizzato in pittura, in un vortice di sensazioni, emozioni ed attinenze tratti da codici tuttavia, ormai, universali. Ripescati dalla produzione della beat generation dei vari Jack Kerouac, Allen Ginzberg, ma soprattutto William S. Burroughs. E Lombardelli, che dalla letteratura proviene, questi riferimenti li conosce bene. Fa suo, altresì, il patrimonio cinematografico, condensandone con una pittura illustrativa, quasi fumettistica, dal segno veloce, riassuntivo, le iconografie. Tornano così immediatamente alla memoria le spiagge da sogno, gli occhiali Ray Ban, le cadillac, i surfers di Big wednesday (1978) di John Milius. Ma anche le risse, gli scontri, il gioco d’azzardo, la mafia della Los Angeles di Casinò (1995) di Martin Scorsese.
Immagini patinate di lusso sfrenato che nell’opera dell’artista non trovano nessun autocompiacimento. Perdono ogni connotazione kitsch, grazie al gusto spartano e austero per la bicromia neutra e all’utilizzo della carta da lucido, che con la sua superficie opaca evita ogni rischio rotocalco. Ma anche grazie all’abbinamento ambiguo con texture inquietanti di ragni appena stilizzati, in cui la forma diventa cifra astratta reiterabile all’infinito, pur alludendo alle paure più recondite dell’essere umano.
Lo spettatore, che si lascia ipnotizzare dai suoi gorghi, fissandone attentamente il centro, resta così straniato dal cortocircuito di senso dato dall’accostamento di sensazioni agli antipodi cui è chiamato a partecipare. Decifrando messaggi in codice, cercando un filo conduttore all’interno di un percorso allestitivo lucidissimo volto a stabilire connessioni inconsce tra un’opera e l’altra. Attraverso il quale -tornando a bomba- ci si lascia coinvolgere ingenuamente in quegli strani temperamenti. In uno spazio passeggero, instabile. Al confine tra delirio e figurazione, allucinazione ed integrità.
santa nastro
mostra visitata il 12 novembre 2005
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