Palazzo Simi è una casa palatiata del Cinquecento, risultato della sovrapposizione di più fabbriche su un nucleo medievale nella Bari Vecchia. Un vero e proprio metro dello scorrere dei secoli e delle stratificazioni architettoniche ed archeologiche della città.
Ed è qui che va ad insediarsi –con discrezione- l’appuntamento annuale di Gemine Muse, a cura di Antonella Marino, collocando tre promesse pugliesi nei siti dell’edificio di maggior pregio e fortemente carichi di memorie: l’elegante atrio, il mastodontico forno, la sottostante chiesetta bizantina.
Divertente, per il suo guizzo neo-pop, Noel/Leon di Stefania Pellegrini (Taranto, 1970): evocando la fontana del I secolo a. C a mo’ di erma bifronte, l’opera è lavorata a maglia in sgargianti fuxia e verde fluo. Mentre nel reperto antico sono raffigurati sulle due grottesche un giovane ed un vecchio, nella creazione contemporanea, nessun tratto somatico. Assume però evidenza il sesso, quello maschile, reso come flaccida proboscide solo allusiva. Quest’abito siamese, vuoto e piatto, gigantesco e ludico, appare come una grande ameba, essere vitale primordiale e mutevole che, “allargato” da un capo all’altro del parapetto, è quasi un’allegoria dell’uso di stendere i panni al sole sulle strade dei quartieri popolari, di cui Palazzo Simi sente il respiro.
I raffinati piccoli androidi in maiolica smaltata di bianco -replicati in multipli di varie dimensioni da Domingo Bombini (Mola di Bari, 1979)- sono eruttati dalla grande bocca del forno in pietra del XVI secolo.
L’allusione al vasellame antico che, peraltro, è presente in esemplari originali, è nel materiale più che nel soggetto, sebbene il curatore abbia motivato la scelta di proporre un insolito legame tra fantascienza ed archeologia, ovvero un sempreverde ritorno al futuro e viceversa.
E lo scorrere del tempo è rivisitato, ma in chiave concettuale, anche dal video di Domenico Palma (Ostuni, 1978) nell’azione indefessa di una betoniera che mescola acqua e sabbia sulla battigia, colorata dalle nuances atmosferiche, cangianti nell’arco di 24 ore: attività creativa dell’uomo che volge al crepuscolo, intimistico desiderio di chiudersi in se stessi, o lenta e silenziosa litania? La stasi dei frames invita a guardarsi intorno, mentre uno stato d’ansia è innescato dalla dimensione un po’ claustrofobica della saletta con vista sui preziosi ruderi della chiesetta bizantina.
Si intitola, infatti, “Sotto la città” la compresente mostra, dal chiaro apparato didattico, che la Soprintendenza Archeologica ha di recente allestito a palazzo Simi e che si è deciso, intelligentemente, di prorogare, accompagnando Gemine Muse sino a febbraio. Un’ennesima conferma che l’antico assorbe dal moderno una più che positiva linfa vitale.
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Un tantino stupidina forse....