La proposta di AmnesiacArts per la nuova stagione consiste nel condensare in un’unica esposizione tre mostre differenti, connesse tra loro da un tema comune. Cronosismi, ispirata al romanzo sci-fi di Kurt Vonnegut che immaginava un sisma in grado di riavvolgere il nastro del tempo, indaga il complesso rapporto percettivo dell’uomo contemporaneo con la dimensione temporale e la sua durata interiore.
La frenetica dimensione post-industriale sovrappone, reitera, macina eventi, informazioni e sensazioni a velocità sempre più vertiginose. La memoria proustiana fatica sempre più a ritrovare il filo dei ricordi, a ricostruire coerentemente la dimensione interiore del tempo, trattenendo ormai solo lampeggianti visioni momentanee, frammenti d’esperienza. Nel 59 Seconds Film Festival, rassegna newyorkese ideata da Irina Danilova e Hiram Levy e composta di 59 video di 59 secondi ciascuno, il numero scelto diventa metafora stessa del tempo perché rappresenta il punto culminante di ogni minuto e di ogni ora, l’ultimo momento in cui quella sezione di tempo ha una sua vita autonoma prima che si perda nel conto della prossima. Di qui il suo valore icastico che spinge a dare senso ad ogni singolo istante. Artisti internazionali sfidano la compressione temporale per racchiudere un mondo intero in frammenti d’intensità, poesie visive essenziali come haiku giapponesi. Scorrono sullo schermo le nevrosi dell’uomo moderno (I got worry, Michele Santarsiere), l’ambiguità della bellezza (Beauty n.4, Victor Barbieri), la ricerca del sacro (Ascension, Myriam Thyes), l’esplorazione della propria identità (Self portrait, Yu-Chen Chiu), la riflessione sulla Storia (Hitler, the First Superstar, Darya Zhuk).
Nella seconda sala ci sorprende uno strano cubo bianco di un metro quadrato, una mini-galleria nella galleria che mette in scena un aspetto fondamentale dei tempi moderni: la simultaneità degli eventi nell’era mediatica. Si tratta del white cube project di Michele Mariano e Christian Rainer, che intende portare l’arte in ogni luogo rimpicciolendo lo spazio espositivo e rendendolo trasportabile. Ma anche provocatoriamente ‘ridimensionando’ e democratizzando l’arte, resa elitaria e distante per pura strategia di marketing. Il White Cube prevede la presenza di mini gallery sparse in tutto il mondo: una rete cooperativa e comunicante che rende ogni evento presente in una sede e contemporaneamente in tutte le altre grazie alla presenza mediatica nello stesso luogo virtuale (il sito del progetto).
Non a caso la mostra inaugurale della sede lucana del progetto ha scelto di esporre Ubik di Massimo Lovisco (Potenza, 1976) dall’omonimo capolavoro di Philip K. Dick. I silenti e misteriosi paesaggi fotografati da Lovisco sembrano provenire da un altrove indefinito, forse da un universo parallelo, forse dal sogno creato da un (quasi) morto personaggio di Dick. Un luogo senza Tempo su cui la macchina fotografica agisce come lente straniante/rivelatrice di una dimensione metafisica, immagine interiore dalla durata infinita, o nulla.
Il nostro viaggio nella macchina del tempo si conclude con la mini personale di Marcello Samela (Montreuil Sous-Bois, 1959) Still Life, post-moderne nature morte in frigorifero in cui l’inevitabile consunzione della materia si scontra con la pretesa, vana, dell’uomo tecnologico di raggelare il continuo fluire del tempo.
link correlati
www.whitecube-europe.com
www.project59.org/59seconds
www.massimolovisco.com
www.devilsoap.com
barbara improta
mostra visitata il 14 ottobre 2006
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