Giorgio de Chirico (Volos, Tessaglia, 1888 – Roma, 1978) è la Metafisica. Manichini e piazze d’Italia –ma anche soli neri, mobili nella valle e cavallini sulla spiaggia- fanno parte di un immaginario talmente solido e diffuso, che al nome dell’artista s’è saldato quello del movimento, in una sorta di corrispondenza tanto fortunata quanto inesorabile.
Con de Chirico si procede cauti, distinguendo, restringendo, quasi centellinando quadri, disegni, sculture, periodi, esposizioni: così una mostra sul pictor optimus è quantomeno rischiosa, vuoi per la scelta delle opere, vuoi per la lettura da affrontare, che se non può essere inedita, almeno non dovrebbe essere scontata. Premessa necessaria, questa, per spiegare come la mostra di Catanzaro (a cura di Claudio Crescentini e Tonino Sicoli, con la preziosa consulenza di Maurizio Calvesi) sia un allestimento ben riuscito: lineare nelle proposizioni, piuttosto rigoroso nelle scelte, interessante nell’idea di accostare al maestro della Metafisica le opere di alcuni artisti contemporanei di generazioni successive. Quasi a tracciare una linea di continuità fatta di suggestioni, ispirazioni, spunti.
Quattro le sezioni: ognuna concepita come una tappa, in un percorso organico. La prima Et quid amabo nisi quod aenigma est? affronta il tema -nodale nella pittura di de Chirico (e decisamente intrinseco alla Metafisica)- dell’enigma, mettendone a fuoco le implicazioni filosofiche (Schopenhauer, Nietzche e Weiniger in primis) e le sottili suggestioni alchemiche. La seconda, La rivelazione della Metafisica raccoglie una serie di disegni inediti, mentre la terza, L’enigma del museo, è dedicata alle opere d’apres di de Chirico. Si passa poi alla quarta, Nulla sine tragedia gloria, che riannoda le fila dell’eredità lasciata dal pictor optimus, in una carrellata che dagli anni Sessanta arriva fino all’inizio del Duemila.
Interessante è la scelta di dedicare un capitolo della mostra alle “copie” realizzate da de Chirico tra la metà degli anni Trenta e la fine degli anni Sessanta: il pittore rifà Rubens, Fragonard, Watteau, Tiziano, in un gioco virtuosistico che diventa riflessione sulla storia, sulla caducità, sul mito della gloria, come ultima, estrema propaggine delle speranze d’immortalità dell’uomo.
Il gusto per il mistero, per l’alterazione sottile e spiazzante sopravvive nel contemporaneo, diversamente assorbito, filtrato e rielaborato nelle istanze dell’arte Concettuale, di alcune declinazioni della Pop Art, o nella pittura anacronista: segno di un sentire e di una indagine che è sempre viva. Dai Bauli Ballanti di Luca Maria Patella, ai paesaggi in metacrilato di Gino Marotta; dai Mobili nella Valle di Mario Ceroli (questa sì, una citazione puntuale, dagli esiti d’indubbio fascino), ai giochi di Lucio del Pezzo. Fino al rigoroso, candido colonnato di Giulio Paolini e alla pittura di Carlo Maria Mariani o Ubaldo Bartolini. E c’è spazio anche per un’immagine fotografica, che è come un’istantanea. Uno scatto di Claudio Abate, con un de Chirico accigliato e de Dominicis che fa capolino, elegante e irriverente, sullo sfondo.
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