Che le opere di Massimo Livadiotti siano dense di rimandi a de Chirico, Carrà e Savinio è stato spesso detto. Lo stesso artista ne parla raccontando di aver “guardato molto soprattutto alla serie dei Bagni Misteriosi, dei Soli neri, dei Mobili nella valle (di de Chirico). Esponente di quella che è stata definita Pittura colta, Livadiotti ci ha abituati da sempre ad un’opera ricca di spunti e significati nascosti. E l’arte del Novecento non è la sola ad emergere dai suoi quadri, basti pensare alle citazioni delle fantasie decorative di Veronese e Giambattista Tiepolo. Gli sfondi paesaggistici poi non sono mai semplici quinte ma racconti della memoria dei suoi viaggi nello Yemen, della sua patria -la Libia-, i suoi spostamenti in Tanzania, Ruanda, Etiopia. Tutti resi con estrema nitidezza, mescolando la tecnica pittorica figurativa d’impronta classica con la composizione metafisica. Non a caso si è parlato, a suo carico, di “meticciato stilistico” (Mussa). Cultura occidentale e orientale si incontrano sotto un unico linguaggio, da sempre fortemente riconoscibile.
In passato, nella fase divisionista, la sua ricerca si è concentrata sulla tecnica pittorica; da qualche anno sono i rebus la materia d’ispirazione, imperniata questa volta sui contenuti. Una ricerca iniziata nel 2003 con Il bagnino sognatore, racconto onirico ricco di simboli e richiami. Ora Livadiotti rende
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