Esistono parecchie forme di contaminazione tra la pittura e la scultura. E in ognuna di queste si aggiustano equilibri, si creano scambi, delle vere e proprie differenze d’inventario. A volte capitano dei ripristini difficili che lardellano la bidimensione scarna della tela a scapito del peso della materia. Altre volte, invece succede l’opposto. E come sa bene Luigi Christopher Veggetti Kanku (Kinshasa, 1978), far “succedere l’opposto” vuol dire far mescolare colore e materia. Che si confondono e si passano il moto. Sottosopra, mano dopo mano. Con Moving Texture, infatti, il giovane artista, originario del Congo, mette in movimento una serie di rimandi che spostano l’occhio verso un nuovo grado di tattilità visiva.
Le tele dell’artista sono degli spazi per venire a patti. Sono grumi densi di colore e carta che insieme riproducono le forme umane. Veggetti Kanku, ritaglia, ad esempio in Studio2, frammenti di roccia stampata su carta da collage e poi li assembla allungandoli secondo le forme delle ombre e delle macchie del volto. La sua tecnica non presenta particolari novità, se non per il fatto che la stesura del colore ad olio crea una coltre lucida e spessa sul fondo del collage. In questo modo i pezzi luccicano come scaglie e conferiscono ai soggetti un’aura uniformizzante, con un effetto che esaurisce e completa lo spettro delle coloriture. L’artista usa carte stampate con diversi motivi e decorazioni per riassemblare, poi, il soggetto pittorico finale. Ritrae, ad esempio, volti di bambini neri che portano, sotto l’incarnato, le squame di figure da giornale, riproponendo, modulate, immagini di cibi e bevande. La scelta di questo tipo di contrasto, tra occidente e povertà terzomondista (benessere vs penuria), infatti, è voluta. La ricerca di tensione semantica si avverte, per questo motivo, molto più presente all’interno di questi inserti, più che nella carica compositiva della tela stessa.
È come se, lavorando su due livelli diversi, con modalità e tempi che si accavallano, ma non si intrecciano mai completamente, l’artista mantenesse due modi di lettura complementari. Se, infatti, da vicino, l’impatto con il collage crepa e ruga la tela con una serena eterogeneità, da distante, invece, il soggetto fonde le tinte sottostanti e si ricompone, omogeneo. Quasi in lontananza. Questo doppio straniante e straniero è certamente un dono intuitivo ricco. Da notare al riguardo, alcuni spunti, in Pregando il silenzio. Veggetti Kanku in questa tela comincia a mostrare maggiore dimestichezza con la rapidità dell’idea e i suoi imprevisti, staccandosi, con delicati balzi laterali, dal mondo stabilizzato del figurativo.
ginevra bria
mostra visitata il 30 maggio 2006
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