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Fino al 8.VI.2014 | Virginia Ryan, Fluid tales | Fondazione Pascali, Polignano a mare

di - 31 Maggio 2014
Forse è un po’ pleonastico ribadire che Virginia Ryan lavora su un concetto dilatato di memoria. Ma è proprio così e lo fa sempre senza un approccio retorico, confrontandosi direttamente con la vita delle persone, con le loro storie e i loro ricordi e con il passato dei popoli, così come accade nella bella mostra in corso alla Fondazione Pascali di Polignano a mare. Non è la prima volta in Puglia dell’artista australiana, ma viaggiatrice e residente tra Trevi, in Umbria, e Grand-Bassan, ex capitale della Costa d’Avorio. Nel 2005 fu protagonista di un progetto espositivo – Intramoenia Extrart, a cura di Giusy Caroppo, con la direzione scientifica di Achille Bonito Oliva – ospitato nel seducente castello di Acaya, in Salento. In quel caso chiamò a raccolta una serie di donne salentine, chiese loro di pensare a una parola-chiave per la propria vita e di ricamarla, con le tecniche della tradizione, su un grande lenzuolo. Tutti i brandelli di queste vite furono poi appesi nell’ex cappella dell’antico maniero, a contatto con la terra e il cielo di un luogo che ospitava anche interventi di Vettor Pisani, HH. Lim, Anish Kapoor e tanti altri. Ma con un bagliore che solo un lavoro così corale poteva restituire all’insieme dell’opera stessa e che, purtroppo, probabilmente per i soliti motivi logistici, non trovò definitiva locazione in quell’antro per cui era stata concepita.

Anche per il progetto espositivo di Polignano, Virginia guarda in qualche modo alla donna, ma stavolta con accenti che hanno un tono soave e pungente, vitale e mitologico. E parliamo infatti di sirene, che però non hanno quella connotazione positiva tanto cara all’immaginario made in Occidente. Sono nere e, nella visione di Virginia Ryan, ormai conoscitrice accorta di riti e miti made nel continente nero, si muovono sospese nello spazio con i loro lunghi capelli femminili, rigorosamente neri, che l’artista ha comperato in un grande mercato africano.
Le forti radici antropologiche, la metafora del viaggio – le sirene ammaliano gli umani con un canto morbido, fonte anche di perdizione e quindi di pericolo durante la navigazione – sono insite nella rappresentazione delle Mami Wata, creature ibride che provengono dalle spire ataviche dell’Africa. E non a caso guardano il mare di Polignano, nella loro sospensione installativa che evoca un forte senso di leggerezza. Ma non finisce qui. Nelle immediate vicinanze centinaia di fotografie invadono a mo’ di vela l’altra metà dello spazio. Sono fotografie private, recuperate dalla gente africana conosciuta in questi lunghi anni di nomadismo culturale, che le ha permesso anche di conoscere artisti autoctoni, con cui ha instaurato un dialogo proficuo.
Scatti di vita, foto di famiglia, ricordi, souvenir di viaggi, interni, paesaggi. C’è di tutto. C’è la memoria di un popolo, ci sono i brandelli di molte vite che non conosceremo mai. Ma che Virginia ci fa sentire piacevolmente vicine. D’altronde, come ci ricorda la direttrice del museo Rosalba Branà, “La Ryan parte dal mito africano ma lo attualizza secondo il linguaggio dell’arte, mescolando abilmente  tradizione e attualità, l’estetica e l’antropologia”. Qual è il risultato? Per Lia De Venere l’artista “opera con discrezione come mediatrice tra mondi diversi, tra eredità del passato e indifferibili urgenze del presente, tra bisogno di preservare le radici e necessità di costruire scenari futuri”.
Il museo di Polignano si conferma così, ancora una volta, una torre di avvistamento verso l’arte, senza confini territoriali e linguistici, come confermano anche i futuri progetti in Albania, Croazia e Montenegro, di cui vi parleremo a breve.
Lorenzo Madaro
mostra visitata il 26 aprile 2014
Dal 12 aprile all’8 giugno 2014
Virginia Ryana. Fluid tales,
Fondazione Pino Pascali,
Via Parco Del Lauro 119
70044 Polignano A Mare (Ba)
Orari: dal martedì alle domenica ore: 11-13; 17-21; lunedì chiuso.

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