Matteo Bergamini: I tuoi progetti espositivi, così come le singole sculture o le installazioni, spesso sono composte da un processo di accumulazione tra decine di elementi eterogenei. Quanto ti affidi al caso e quanto c’è di calcolato nella ricerca di questi oggetti?
Pascale Marthine Tayou: Nelle mie installazioni cerco semplicemente di essere umano; in esse tutto accade come nella quotidianità. Amo ascoltare le canzoni del giorno, adoro la vita di tutti i giorni e il mio solo calcolo è la voglia di dare tutto a chi mi fa dono del proprio tempo per venire ai miei vernissage e a visitare i miei ambienti.
Ed entrando nei tuoi ambienti, e mi riferisco in questo caso alla mostra Trangression alla Galleria Continua o all’Arsenale durante la Biennale 2009, lo spettatore viene invaso da un’enormità di stimoli, di sollecitazioni visive, di pensieri rispetto alle forme, alle parole, agli esseri che compaiono in questa caotica e favolosa realtà. C’è una sorta di stratificazione tra medium, culture e forme che crea una sorta di cortocircuito: pensi che nell’arte di oggi sia necessario un atteggiamento ibrido, in grado di mischiare e reinventare la cultura globale?
Noi siamo fiori e fauna e ognuno ha la sua maniera di costituire il suo ecosistema. Ognuno di noi di fronte all’altro è unico. Di fronte all’altro siamo sempre, in generale, in rapporto dialettico, nella situazione di porre domande e fare delle scoperte e…per quello che mi riguarda io espongo le mie realtà che certamente vanno incontro ad altri esotismi. Man mano che vado avanti nel mio gioco constato che siamo tutti remix-mèdias.
Scorrendo le tue note biografiche e il tuo percorso personale ci si accorge di quanto il “divenire” non sia considerabile una semplice utopia ma un processo possibile attraverso il quale si snoda la vita: che significato assume per te lo spostamento, il viaggio?
Genere, identità, appartenenza, provenienza sono termini che ancora denotano una condizione della propria esistenza eppure in alcuni luoghi del mondo le barriere, seppur con difficoltà, cadono, lasciando nascere la possibilità, un tempo fantascientifica, di riscrivere la propria cartografia, talvolta non lasciando visibile nemmeno qualche traccia dell’origine. In che dimensione l’arte influisce nella necessità dell’uomo di riscriversi, di riprogrammare il proprio destino o la propria pelle?
Ho una certezza: non credere mai alle evidenze.
Il nostro mondo è un’evidenza dalla quale io mi allontano quando l’umano non è più al centro delle grandi cause.
Per ogni storia è necessario un inizio e una fine, spesso la guerra ci mette molto tempo per partorire una piccola pace, ma nessuna bella pittura potrà sottrarsi alla dialettica dell’ombra e della luce.
Le storie di ogni tempo sono sempre state contemporanee, questo per dire che vivere la nostra storia non deve allontanarci dalle storie degli altri, fossero anche scritte con l’inchiostro scuro del passato. Ogni storia non prende slancio se non nell’alba del futuro.
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