Emilia Kabakov torna a Venezia, con un diario collettivo per la Biennale 2026

di - 20 Febbraio 2026

Può una città diventare autrice di una narrazione condivisa? Succederà a Venezia, per un progetto concepito insieme a Emilia Kabakov, tre anni dopo la scomparsa di Ilya Kabakov, che mette in dialogo il patrimonio culturale con l’esperienza del quotidiano: dal 9 maggio al 28 giugno 2026, in contemporanea con la 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale, il piano nobile di Ca’ Tron ospiterà Diario veneziano. A cura di Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, il progetto, organizzato da BAM e patrocinato dal Comune di Venezia, si presenta come una mostra da costruire – anzi, da scrivere – insieme alla stessa Venezia. Maturata dal duo già negli anni Novanta e oggi rielaborata per il contesto lagunare, l’idea prende forma come una grande opera collettiva: circa 500 abitanti saranno invitati a comporre una pagina di un diario corale e ad affidare all’esposizione un oggetto simbolico che rappresenti il proprio legame con la città.

Ca’ Tron, ph. Università Iuav di Venezia

Il risultato sarà un autoritratto stratificato e plurale, costruito attraverso frammenti di memoria, racconti personali, desideri e nostalgie. La selezione restituirà la complessità dell’ecosistema antropico veneziano, coinvolgendo bambini, anziani, nuovi cittadini e famiglie radicate da generazioni, oltre a una sezione dedicata ad artisti e scrittori che vivono e lavorano in Laguna. Una open call pubblica accompagnerà il processo, ampliando la dimensione partecipativa del progetto.

Diario veneziano si inserisce nella poetica delle celebri “installazioni totali” dei Kabakov, ambienti immersivi, realizzati a partire dagli anni ’80, in cui la narrazione individuale si trasforma in metafora universale, con il coinvolgimento emotivo e fisico dei fruitori. In questo caso, la materia viva dell’opera sarà la città e i veneziani saranno chiamati in una doppia veste di spettatori e autori. La dimensione monumentale dell’opera non sarà affidata alla scala fisica ma alla densità delle storie raccolte e alla loro messa in scena all’interno dello storico palazzo cinquecentesco affacciato sul Canal Grande, sede dell’Università Iuav dal 1972.

Il progetto richiama un’installazione del 1993 ideata per la mostra Rendez(-)Vous al Museum van Hedendaagse Kunst di Gand, curata da Jan Hoet, basata sulla scrittura collettiva. Oggi quell’intuizione viene ripensata alla luce delle trasformazioni sociali e culturali della città lagunare che, negli ultimi decenni, ha conosciuto profonde tensioni tra turismo globale e vita quotidiana.

Emilia e Ilya Kabakov, ph. Werner Hannapel

«Venezia è colma di persone che lavorano con immenso impegno per preservare non solo la città stessa, ma anche un senso di comunità che raramente incontriamo nell’era digitale. In un’epoca in cui le differenze politiche, economiche e religiose sembrano insormontabili, Venezia è un faro di speranza per ciò che può accadere quando i vicini si sostengono a vicenda e condividono la responsabilità di custodire la propria casa per le generazioni future», ha dichiarato Emilia Kabakov.

D’altra parte, il legame tra i Kabakov e Venezia è di lunga data e risale al 1977, quando Carlo Ripa di Meana presentò la Biennale del Dissenso con una sezione dedicata alla nuova arte sovietica. All’epoca Ilya Kabakov, ancora in Unione Sovietica, non poté partecipare ma quell’episodio segnò l’inizio di una relazione duratura con la città. Oggi, dopo la sua scomparsa nel 2023, Emilia Kabakov prosegue lo sviluppo dei progetti concepiti insieme, mantenendo viva una delle ricerche più influenti dell’arte contemporanea tra memoria, utopia e ironia.

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