Categorie: altrecittà

Tutto Cattelan in un libro

di - 4 Novembre 2011
L’editoria d’arte, o meglio il libro d’artista è certamente una storia che in passato ha avuto esiti importanti in Italia. Per chi ama girare nelle “librerie di ricerca”, quei luoghi poco frequentati dove si ritrovano pezzi preziosi della storia dell’arte, è possibile trovare libri e cataloghi d’arte che raccontano una storia lunga, in cui l’oggetto libro è un’opera d’arte. La pubblicazione realizzata da Skirà, in collaborazione con Rizzoli International, per la mostra di Maurizio Cattelan al Guggenheim di New York, ha certamente un tenore elevato paragonabile alle migliori produzioni di editoria d’arte. E’ un libro che raccoglie con serietà e rigore una grande favola ancora tutta da raccontare. La storia di un “jester” che ha rovesciato il teatro del cosiddetto “sistema dell’arte” e li ha trasformati in personaggi divertenti su cui basare un racconto tutto privato: dai galleristi (Massimo De Carlo e Emmanuel Perrotin sbeffeggiati in due installazioni/performance), ai critici e curatori (nel 1999 ha organizzato la VI Biennale Caraibica di St. Kitts, British West Indies, dove il protagonismo assoluto della vita privata e del tempo libero degli artisti invitati ha cancellato ogni pur minima ipotesi di teorizzazione, o critica d’arte); dal museo e altre istituzioni (i piccioni con relativi escrementi appesi nello spazio riservatogli nel Padiglione italiano della Biennale di Venezia del 1996, così come le recentissime incursioni invasive di un suo alter ego al Bojimans Van Benningen di Rotterdam), agli artisti ormai istituzionalizzati dalla storia dell’arte (le performance con i pupazzoni carnevaleschi di Georgia O’Keefe e Picasso; la “zeta” di Zorro che ironizza sul taglio di Fontana); dalle riviste d’arte (con la sua versione pirata di Flash Art), fino al pubblico – specchio trasparente della società di massa e della globalizzazione che l’artista chiama in causa nelle sue opere, sia fisicamente, sia secondo un coinvolgimento ideale basato sulla condivisione di un comune ambito mediale (è il caso della finta insegna celebrativa Hollywood installata nelle vicinanze di Palermo in occasione della 49° Biennale di Venezia, del Papa colpito da un meteorite nella Nona Ora o della ragazza annegata nel laghetto di Münster; oppure del bigliardino per ventidue giocatori esposto alla Tate Gallery durante la collettiva Abracadabra). Con queste sue incursioni ben direzionate, l’azione di Cattelan ha proposto continue ridefinizioni del fare arte, ponendo ogni volta in dubbio il suo status specifico e la possibilità di collocare l’arte all’interno di un sistema solido, ben strutturato e organizzato.

Da questa angolatura, il percorso di Cattelan non manca di porre l’accento su un argomento sostanziale del dibattito teorico sull’arte: la morte dell’arte stessa. Cattelan, del resto, registrava l’evanescenza dell’opera d’arte ai suoi esordi, alla fine degli Ottanta e primi anni Novanta, quando, muovendosi con passi felpati, produceva “opere d’arte presunta”, fatte cioè d’intuizione e strategia culturale, ma realizzate con l’ausilio di elementi “talmente” effimeri da non sostanziarsi, in molti casi, in oggetti concreti. L’opera “invisibile”, del 1992, è stata per una fase del lavoro di Cattelan, la trama sotterranea del suo lavoro che lo ha reso originale, proprio perché la forma apparteneva soltanto alla “formalizzazione” delle relazioni sociali,nel loro divenire rapidamente forme burocratiche di relazione. Con l’opera invisibile, l’artista è riuscito nell’improbabile alchimia di dare forma all’inesistente, attraverso la sola sua registrazione e testimonianza prodotta dalla burocrazia delle istituzioni pubbliche (quella della Questura di Forlì che ne ha denunciato la scomparsa). Cattelan ha riproposto simili testimonianze della latitanza dell’opera d’arte subappaltando, ad esempio, lo spazio che gli era stato riservato in occasione della Biennale del 1993 ad una nota azienda di profumi; e anche in Torno subito, dove il segnale che normalmente incontriamo sulla vetrina di un negozio risolve con un dribbling un problema esistenziale dell’artista, quello di esistere solo attraverso l’opera d’arte. Cattelan temporeggia, ci rinvia ad un’altra occasione per definire il senso del suo essere artista, sfugge al nostro desiderio di relegarlo ad un senso unico. Questi equilibrismi sull’orlo del vuoto hanno consentito all’artista di dilatare il valore stesso del fare arte e di includervi inoltre accezioni generali, quali istanze sociali che altrimenti potrebbero acquisire un significato retorico o ideologico. Mi riferisco a lavori quali Kenneth — la finta clochard che ha provocato non poche proteste — oppure al suo progetto (mai portato a termine) di incoraggiare un raduno naziskin, alla risata tragicomica suscitata dalla squadra di pallone RAUSS composta da calciatori senegalesi; e, ancora, all’ultimissima provocazione di Him, dove un Hitler malinconico prega in ginocchio, anelando forse a un ritorno vittorioso sulla scena.

Le ultime opere realizzate con la scultura, da All a L.O.V.E., rientrano ancora una volta nella rivisitazione di stili, pensieri, teoremi. Soprattutto All: 9 statue giacenti di marmo che si navigano nell’ambiguità del senso, all’interno di un valore alto dell’arte: la statuaria classica. Chi sono quelle nove figure? Ciascuno può costruire su quella installazione una storia personale. Sono delle sagome da riempire con l’interpretazione. Come in un libro, ogni racconto ha una dimensione personale. L.O.V.E, il dito medio innalzato davanti a Piazza Affari è certamente più esplicito: un simbolo autoevidente della drammatica crisi economica che sta sconvolgendo l’economia occidentale. Anche qui, però Cattelan crea un simbolo aperto, un’opera che sollecita una voce corale. Scorrendo quindi le singole opere inserite in questa grande monografia, e le singole storie che ciascuna racconta, ci troviamo a ricostruire un mondo in trasformazione, quello dell’arte, dalla fine degli anni 1980 a oggi, da cui emergono le aporie, le curiosità, le inquietudini di un sogno che intende essere una favola collettiva. E così si presenta, nella bella edizione curata da Nancy Spector, in contemporanea al grande sogno di Cattelan diventato realtà: la mostra in uno dei templi dell’arte contemporanea: il Guggenheim di New York.
a cura di angelo capasso

foto in alto: particolare della cover del libro “All” edito da Skirà in collaborazione con Rizzoli International

[exibart]

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