Categorie: Archeologia

Gaza, l’esercito israeliano ha distrutto un deposito archeologico

di - 15 Settembre 2025

Con un preavviso di poche ore, l’École biblique et archéologique française de Jérusalem – EBAF è stata costretta a evacuare in tutta fretta il suo deposito archeologico di Gaza City: 180 metri cubi di reperti, documenti e manufatti, frutto di oltre 30 anni di scavi nei principali siti della Striscia, tra cui il complesso bizantino di San Hilarion, iscritto nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO. Una missione disperata, condotta sotto i bombardamenti dell’esercito israeliano, con l’appoggio del Consolato generale di Francia a Gerusalemme, dell’UNESCO, del Patriarcato latino e di altre istituzioni, ha permesso di mettere in salvo almeno una parte di questo patrimonio. Non tutto, perché inevitabilmente molto è andato distrutto e la perdita – come quella ancor più drammatica delle vite umane – ci riguarda da vicino.

Il deposito archeologico rappresentava una delle ultime testimonianze integre della memoria culturale e civile di Gaza. Dal porto greco di Anthédon alla necropoli romana, dai mosaici bizantini alle tracce delle prime comunità cristiane, la stratificazione culturale della regione restituiva un Mediterraneo di scambi, coesistenze e pluralità religiose. È questo patrimonio fragile e prezioso che oggi viene messo a rischio da una guerra che uccide indiscriminatamente decine di migliaia di persone e minaccia anche la possibilità stessa di tramandare la storia di Gaza, nei secoli crocevia di civiltà.

La Confederazione Italiana Archeologi – CIA ha parlato senza mezzi termini di «Cancellazione culturale», denunciando, in un comunicato stampa, il rischio che lo sradicamento di Hamas si traduca nello sradicamento della memoria storica. La CIA ha ricordato che il conflitto ha già causato la distruzione di entrambi i musei di Gaza e che l’UNESCO, analizzando immagini satellitari, ha contato danni a 94 siti, come il palazzo del Pacha del XIII secolo e molte chiese e moschee. «Ci chiediamo se i 5mila anni di storia di Gaza — ha dichiarato la CIA — siano parte di ciò che verrà selettivamente sradicato insieme ai suoi abitanti».

Sul posto, un team del programma Intiqal / PUI ha gestito l’evacuazione, con il coordinamento da remoto dell’archeologo René Elter: «Abbiamo salvato il possibile, soprattutto tutto ciò che non era rotto. Gli scaffali del magazzino sono stati saccheggiati per usarli come legna da ardere, causando la rottura di molti oggetti. Molti degli oggetti sono stati studiati ma è comunque straziante dover fare una scelta», ha dichiarato l’archeologo, affermando di provare un misto di «Rimpianto e sollievo». Il contenuto di sei camion è stato spostato in un luogo sicuro, sempre all’interno dell’enclave. «Devono rimanere a Gaza, altrimenti saranno esclusi dal quadro internazionale che li protegge», ha spiegato Elter.

Dietro la cronaca del salvataggio in extremis emerge un dato inquietante di una guerra perpetrata per a riscrivere il paesaggio fisico e simbolico di Gaza e dei suoi abitanti palestinesi. È il volto più radicale di una cancellazione culturale già praticata in altri contesti di conflitto. Basti pensare alle rovine di Palmira, in Siria, devastate dall’ISIS nel 2015, o al centro storico di Mosul, in Iraq, dove il patrimonio religioso e artistico è stato sistematicamente distrutto tra il 2014 e il 2017.

Nella tragedia vissuta dal popolo palestinese va riconosciuto lo straordinario impegno dei professionisti formati con programmi internazionali come Intiqal, sostenuto dall’Alliance Française de Développement, che coinvolge i giovani di Gaza e li forma in archeologia, conservazione del patrimonio e mediazione culturale.

«Siamo ben consapevoli che, di fronte al dramma che si sta vivendo in questi mesi, rispetto al numero di coloro che quotidianamente perdono la vita, i danni subìti dal patrimonio storico, archeologico e monumentale sembrino una questione marginale», si legge nel comunicato diffuso dalla CIA: «Ma non possiamo dimenticare che in futuro, per chi sopravvivrà al conflitto, gli aspetti legati alla cultura e all’identità e alle radici culturali saranno il motivo per poter riprendere a vivere».

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