Categorie: Archeologia

Pompei, due vittime riemergono dagli scavi: l’IA ricostruisce gli ultimi istanti

di - 27 Aprile 2026

Al Parco Archeologico di Pompei, la ricerca sul campo continua a restituire nuovi frammenti di una storia già ampiamente indagata ma che ancora svela dettagli decisivi sulla vita del mondo antico. Gli ultimi scavi condotti nell’area della necropoli di Porta Stabia hanno portato alla luce i resti di due uomini deceduti durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., offrendo elementi utili a comprendere le dinamiche drammatiche della fuga e le condizioni estreme affrontate dagli abitanti nelle ore finali della città.

I due individui, rinvenuti all’esterno delle mura, sembrano aver tentato di raggiungere la costa. Le analisi indicano che morirono in momenti diversi: il più giovane fu probabilmente travolto da una corrente piroclastica, mentre l’uomo più adulto soccombette sotto una pioggia di lapilli.

Accanto al suo corpo è stato ritrovato un mortaio di terracotta, utilizzato verosimilmente come protezione per la testa, un gesto che trova un riscontro diretto nelle lettere di Plinio il Giovane, dove si descrive come i fuggitivi cercassero riparo dai materiali vulcanici legandosi cuscini sul capo. Con sé, l’uomo portava anche una lucerna, un anello e alcune monete, oggetti che restituiscono la dimensione concreta di un tentativo di sopravvivenza.

Il ritrovamento contribuisce a riconsiderare anche la distribuzione delle vittime dell’eruzione. Se all’interno della città si stimano circa duemila morti, una parte significativa potrebbe aver perso la vita lungo le vie di fuga, fuori dalle mura, come suggeriscono questi nuovi dati.

Lucerna in ceramica rinvenuta in prossimità della mano sinistra della Vittima 2, verosimilmente tenuta in mano al momento del decesso e utilizzata come mezzo per orizzontarsi durante la fuga

Il progetto introduce un elemento di forte attualità: l’impiego dell’intelligenza artificiale per la ricostruzione degli scenari archeologici. In collaborazione con l’Università degli Studi di Padova, è stato infatti sviluppato un primo modello digitale della seconda vittima, ottenuto attraverso una combinazione di strumenti di elaborazione automatica e interventi di fotoritocco. Il risultato è una restituzione visiva che, pur rimanendo un’ipotesi interpretativa, mira a rendere più accessibili i dati della ricerca a un pubblico non specialistico.

L’utilizzo dell’IA segna un passaggio rilevante nel modo in cui l’archeologia può essere comunicata, con criticità metodologiche e possibilità di sviluppo. Tradizionalmente, le ricostruzioni richiedevano tempi lunghi, competenze altamente specializzate e costi elevati. Le nuove tecnologie consentono di produrre modelli in tempi ridotti, integrando informazioni geometriche, cromatiche e materiche con una resa visiva immediata. L’IA permette anche di simulare ambienti dinamici, inserendo figure umane e animali all’interno di contesti ricostruiti.

Questa apertura, tuttavia, implica anche una serie di criticità. Come sottolineato dagli stessi ricercatori coinvolti, le immagini generate dall’intelligenza artificiale non sono mai dati oggettivi ma ipotesi, che devono essere verificate, discusse e contestualizzate, con il coinvolgimento di professionalità umane, come sottolineato dal prof. Jacopo Bonetto dell’Università di Padova. Il rischio è duplice: da un lato una semplificazione eccessiva di dati complessi, dall’altro una progressiva perdita di controllo interpretativo, con la possibilità che modelli suggestivi ma poco fondati si diffondano senza adeguate verifiche

Il dibattito riguarda dunque non solo le potenzialità ma anche la responsabilità nell’uso di questi strumenti. L’archeologia, disciplina che da sempre si confronta con l’assenza e la frammentarietà, può trovare nell’IA un alleato per rendere visibile ciò che non esiste più ma deve allo stesso tempo preservare la propria metodologia critica. Come ha osservato il filosofo Luciano Floridi, la tecnologia può ampliare le capacità di ricostruzione ma non sostituire il lavoro interpretativo: accelera il processo, senza eliminarne la complessità.

«La vastità dei dati archeologici a Pompei e oltre è ormai tale che solo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale saremo in grado di tutelarli e valorizzarli adeguatamente. Ed è importante che noi archeologi ce ne occupiamo in prima persona, perché altrimenti lo faranno altri al posto nostro che non hanno le basi umanistiche e scientifiche necessarie», ha affermato il Direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel. «Se usata bene, l’IA può contribuire a un rinnovamento degli studi classici, raccontando il mondo classico in maniera più immersiva. Visitare Pompei o imparare il latino, essenzialmente, significa fare un’esperienza profonda, unica e bellissima, e le ricostruzioni ci aiutano a coinvolgere più persone in questa avventura».

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