Categorie: Archeologia

Roma, il cantiere della Crypta Balbi si apre alla città, tra scavi e reperti

di - 11 Luglio 2025

A Roma, Nnl cuore del Campo Marzio meridionale, fra le pieghe ancora vive della città stratificata, si apre oggi una possibilità rara: non visitare un museo ma attraversare la materia stessa del suo farsi. La Crypta Balbi, una delle quattro sedi del Museo Nazionale Romano, chiusa dal gennaio 2023 per un complesso intervento di scavi archeologici e restauri architettonici, si presenta ora al pubblico come cantiere aperto. Non una semplice riapertura ma l’inizio di un nuovo paradigma di fruizione culturale, dove ciò che è normalmente invisibile — l’indagine, l’errore, l’ipotesi — diventa spazio di confronto e di conoscenza condivisa.

L’iniziativa, concepita da Edith Gabrielli e Antonella Ferraro, prende corpo nell’ambito del vasto programma URBS. Dalla città alla campagna romana, sostenuto dal Piano Nazionale Complementare al PNRR con un investimento che supera i 50 milioni di euro. Nove gli interventi attivati, cinque dei quali direttamente riconducibili al progetto URBS. Ma è soprattutto la scelta metodologica a risultare significativa: non isolare il cantiere, ma renderlo permeabile, permettendo a cittadini e visitatori di seguire passo passo l’emersione della storia. Ogni sabato mattina, su prenotazione, si svolgono visite guidate che conducono attraverso un itinerario pensato come processo.

Crypta Balbi, Roma

L’accesso avviene da via delle Botteghe Oscure. Si entra nel cosiddetto Dormitorio Barberiniano, già parte del convento seicentesco di Santa Caterina dei Funari. Lì, ad accogliere i visitatori, è un video introduttivo curato da Light History s.r.l., per la regia di Mary Mirka Milo, in cui la voce degli archeologi Daniele Manacorda e Federico Marazzi, insieme a quella di Antonella Ferraro, Saveria Petillo, Debora Papetti e Fabiana Cozzolino, racconta la genesi e la complessità del progetto in corso. Ma è l’ingresso nel cantiere vero e proprio, seppur parzialmente accessibile, a rappresentare l’esperienza più pregnante. Il pubblico si affaccia sugli strati vivi della città: murature, lacerti, frammenti, risposte provvisorie. Il cantiere, normalmente dominio dell’addetto ai lavori, diventa qui forma aperta della riflessione storica.

Crypta Balbi, Roma

Fra i reperti già visibili lungo il percorso, si distinguono frammenti che raccontano la Roma imperiale e le sue riscritture successive. Un capitello corinzio di lesena, riconducibile per finezza esecutiva all’apparato del Foro di Augusto, fu reimpiegato in epoca tardoantica come lastra di copertura per un sistema fognario. È uno degli esempi più emblematici del destino della città classica, oggetto di riuso, di reinvenzione, di sopravvivenza funzionale. Accanto, spiccano una statuetta del dio Pan, figure acefale drappeggiate in himation e chitone – indumenti diffusi nell’epoca classica -, due teste virili con barbe fluenti e una piccola figura femminile stante. Sono gli idoli muti di un paesaggio cultuale che, nel tempo, è migrato dalla scena al margine, dal tempio monumentale alla nicchia domestica.

Ma è nel sottosuolo che la storia della Crypta si fa più profonda. Il rinvenimento di un edificio a due navate, lungo 28 metri e largo 15, con orientamento nord-sud, pone nuovi interrogativi: la costruzione, iniziata nel IX secolo e mai portata a termine, potrebbe essere stata interrotta da eventi sismici documentati per l’area tra l’801 e l’847. La sua monumentalità, unita alla posizione, suggerisce una destinazione cultuale, forse cristiana, mai realizzata. Questo abbandono, questo progetto interrotto, è un segnale che disegna una topografia del trauma, dove anche l’assenza diventa testimonianza.

Non mancano testimonianze cultuali più antiche: una fossa votiva — bothros — ha restituito corna di ovini e vitelli, ceramica del II secolo a.C., oggetti di offerta legati a una fase precedente l’edificazione del teatro balbiano. Segno che l’area, prima ancora che scena monumentale, fu spazio di culto arcaico e di ritualità agraria. A ciò si aggiungono i resti di una fornace, una calcara altomedievale, la cantina del monastero delle zitelle — conservatorio delle vergini miserabili —, un lavatoio, un camino, una latrina monumentale: elementi che raccontano la continuità della vita nel tempo, ma anche la resilienza dell’abitare in contesti di trasformazione e riuso.

La direttrice (ad interim) del Museo Nazionale Romano, oggi anche alla guida del VIVE, ha espresso con chiarezza l’intento che anima il progetto: la paura che il sito, in attesa del completamento dei lavori, venga dimenticato. Aprirlo al pubblico, anziché celarlo, è una forma di resistenza culturale. Il museo non è solo contenitore, ma corpo vivo, luogo in cui la tutela si esercita attraverso la relazione, l’educazione, il contatto diretto. La Crypta non si limita a esporre i resti di un mondo scomparso: è, in sé, gesto archeologico in atto.

A ciò si aggiunge l’ambizione di fare della sede non soltanto un museo, ma un centro attivo di ricerca. È già previsto un archivio digitale degli scavi condotti dal 1981 a oggi, la creazione di residenze per studiosi, l’attivazione di laboratori artigianali che rievocano l’antico quartiere dei funari, e luoghi pubblici per la sosta e la riflessione. La Crypta tornerà così a essere uno snodo urbano, uno spazio dove il passato e il presente si toccano non per effetto nostalgico, ma per necessità storica.

Fra le ombre leggere dei portici che un tempo circondavano la cavea del piccolo teatro di Balbo, riemergono ora le strutture medievali, le canalizzazioni moderne, le ossa votive, le epigrafi lacunose. E sopra tutto, un cortile silenzioso, cuore dell’isolato, su cui si affacciano i piani di lettura della città: dalle fondazioni augustee ai conventi barocchi, dalle botteghe secentesche al cantiere del XXI secolo. Il visitatore non guarda la storia, la attraversa. Con le mani sulla ringhiera, gli occhi colmi di polvere e vertigine, e l’impressione – rara – che ciò che chiamiamo passato non sia mai stato così prossimo.

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