Categorie: Architettura

architettura_cantieri | Passato-Presente-Futuro

di - 6 Marzo 2009
La complessa riconversione dell’area nel quartiere Novoli, periferia nord-ovest di Firenze, un tempo sede degli stabilimenti Fiat per la manutenzione degli aerei, appartiene a quelle lunghe vicende italiane attorno alle quali s’intrecciano interessi, dubbi, dibattiti e attese. I suoi vent’anni di progettazione, la mole d’investimenti pubblici e privati, i tre piani elaborati a partire dal 1987, la quantità di progettisti coinvolti sin dalle prime fasi.
Un racconto del cantiere di Novoli, così come oggi si presenta, fra lotti completati e altri da iniziare, susciterebbe le stesse perplessità sul modo d’immaginare e strutturare “la nuova centralità per Firenze”.
La trasformazione dei 32 ettari dell’area si muove secondo le direzioni fissate dal piano-guida di Léon Krier nel 1993. Il grande parco progettato da Isolarchitetti occupa la parte centrale dell’area, estendendosi per 12 ettari fra i lotti già edificati e il Palazzo di giustizia, progettato da Leonardo Ricci a metà degli anni ‘80. Accanto al complesso giudiziario è sorta la sede della Cassa di Risparmio di Firenze, progettata da Giorgio Grassi, mentre alcuni dei nove lotti adiacenti, la cui progettazione era stata affidata nel 2002 a nove giovani architetti italiani, sono ricoperti da strati di macerie. Sono, invece, per buona parte completati e fruibili già da alcuni anni i lotti nel versante opposto del parco: il polo socio-economico e giuridico di Adolfo Natalini, le residenze per studenti e relativi servizi progettate dai C+S, gli edifici per residenze e negozi di Massimo Camillo Bodini. Una rosa di nomi estesa nel 2005 anche al trio Carme Pinós, Zaha Hadid e Odile Decq, con l’affidamento della progettazione di edifici residenziali e negozi nei lotti al margine sud-est del parco.
Proprio la selezione dei progettisti era stata interpretata come scelta strategica e presupposto per la qualità dell’intervento. Qualità come risultato di una pluralità di configurazioni, ancorate alle rigide prescrizioni del piano di Krier: una morfologia caratterizzata da piccoli isolati di forma irregolare, l’allineamento sui fronti stradali, l’altezza degli edifici non superiore ai quattro piani fuori terra. Un’idea di città fortemente tradizionalista, che tenta di ricreare o, meglio, di imitare la spazialità e la varietà della città medievale.
Ciò che oggi si scopre attraversando questi luoghi, senza dimenticare che l’area è ancora un enorme cantiere, sono gli inevitabili limiti di una strategia che vuole sostituire l’effetto di un disegno planimetrico a ciò che invece è il risultato di aggregazioni spontanee e sedimentazioni nel tempo e nello spazio. Il sistema di strade strette e tortuose, con i portici, le logge e l’uso della pietra non bastano a garantire la stessa qualità e lo stesso senso civico dello spazio pubblico a misura d’uomo.
Fra gli edifici realizzati finora, solo la residenza universitaria dei C+S introduce un linguaggio diverso, rileggendo il tema delle corti nella distribuzione degli ambienti e il concetto di “massa costruita”, che caratterizza gli isolati del centro storico, attraverso l’impiego di lamelle in legno trattato e cemento.
La sensazione, quindi, è che le direzioni non coincidano e che “l’altro modello di evoluzione dalla città antica”, ad oggi, restituisca un’immagine falsata, in cui il passato viene riproposto a garanzia dell’indispensabile e rassicurante fiorentinità, spesso ricorrendo all’intero repertorio di altane, logge, tegole e cornici in pietra serena.

Andy Warhol
affermava: “La cosa più bella di Firenze è McDonald’s”. Forse la stessa ironia servirebbe a confermare che l’evoluzione richiede passi nuovi e che il rischio è quello di confondere la contemporaneità con un’appropriazione del passato facile e di consumo.

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