Categorie: Architettura

A Salonicco sorgerà un grande museo dell’Olocausto

di - 31 Marzo 2026

Salonicco, o Tessalonica nella forma più vicina al greco Thessaloniki, prende il nome da Tessalonice, sorellastra di Alessandro Magno, a cui la città venne dedicata nel IV secolo a.C. da Cassandro. “Salonicco” deriva dall’uso veneziano e mediterraneo, mentre “Tessalonica” conserva una forma più aderente all’originale. Per secoli ha ospitato una delle comunità ebraiche più grandi e vitali d’Europa, composta in larga parte da sefarditi arrivati dopo l’espulsione dalla Spagna nel 1492, quando i Re Cattolici imposero conversione o esilio con l’editto di Granada. Molti trovarono rifugio nei territori dell’Impero Ottomano, stabilendosi qui in modo duraturo. La loro cultura attraversava la vita urbana: il giudeo-spagnolo, il ladino sefardita, insieme al greco e al turco, risuonavano nelle strade, mentre lo Shabbat scandiva i tempi collettivi. Per questo veniva chiamata la “Gerusalemme dei Balcani”.

credits EFRAT– KOWALSKY ARCHITECTS HEIDE & VON BECKERATH ARCHITEKTEN MAKRIDIS ASSOCIATES

Questa componente ha inciso profondamente sull’identità urbana, influenzando economia, lingua e abitudini. La continuità si interrompe nel Novecento. Il grande incendio del 1917 distrugge il centro e cancella interi quartieri, portando via anche luoghi chiave della cultura ebraica. La guerra completa la frattura, durante l’occupazione nazista migliaia di ebrei vengono deportati verso Auschwitz. I treni partono dalla stazione ferroviaria, lo stesso luogo su cui oggi sorge il nuovo museo. L’Holocaust Museum Greece nasce in questo punto preciso, dove testimonianza e possibilità si incontrano. L’obiettivo è chiaro, restituire la storia delle comunità ebraiche greche prima della guerra e metterla in relazione con il presente. Affinché memoria, educazione e dialogo si tengano per mano. L’iniziativa prende avvio nel 2013 dall’incontro tra David Saltiel, presidente della comunità ebraica, e Yiannis Boutaris, sindaco dal 2011 al 2019, che riporta al centro la dimensione multiculturale di Salonicco.

La realizzazione è affidata alla Comunità Ebraica di Salonicco, coordinata da Esther Moyssi, Legal Adviser at JCT, che ne segue gli aspetti legali e amministrativi. Il sostegno economico arriva da una rete internazionale potente, la Repubblica Federale di Germania contribuisce con 10 milioni di euro, il governo greco con 18 milioni, la Stavros Niarchos Foundation con altri 10, la Tavma Foundation, italiana, con 5 milioni, a cui si aggiungono il contributo della Genesis Prize Foundation attraverso Albert Bourla e quello della Claims Conference sostenuta dal Ministero delle Finanze tedesco. Parallelamente, IOSIPOS ha avviato la digitalizzazione di 2,5 milioni di documenti delle comunità ebraiche greche, costruendo un archivio che restituisce continuità a una storia frammentata.

credits EFRAT– KOWALSKY ARCHITECTS HEIDE & VON BECKERATH ARCHITEKTEN MAKRIDIS ASSOCIATES

L’edificio sorge su un’area a lungo abbandonata. Nel 2020 la comunità ebraica ha ottenuto la concessione del terreno, trasformando quel vuoto in un punto di partenza. L’architettura, sviluppata da Efrat-Kowalsky Architects, Heide & von Beckerath e Makridis Associates, traduce questa tensione in forma. La struttura è ottagonale e richiama la Tower of the Winds dell’Agorà romana di Atene: otto lati, otto direzioni. L’altezza riprende quella della White Tower, stabilendo una relazione diretta con il profilo urbano. Una terrazza sommitale apre lo sguardo sull’intero paesaggio. All’interno, il percorso espositivo progettato da Atelier Brückner e curato da Andromache Gkazi e Alexandra Nikiforidou si articola in tre momenti: prima, durante, dopo. La vita delle comunità prima della rottura, la persecuzione e la deportazione, le conseguenze e le forme della memoria nel tempo. Il racconto arriva fino al presente e ne interroga la responsabilità. L’edificazione, affidata a METKA, procede su larga scala, con apertura prevista nel 2027. Qui la dimensione è soprattutto culturale: Salonicco ha perso gran parte dei segni visibili della sua componente ebraica, e questo intervento li riporta nello spazio pubblico, rendendoli di nuovo leggibili. Non ricostruisce ciò che è andato perduto, ma ne ristabilisce la presenza, inscrivendola in un luogo ad alta carica simbolica e riconsegnandola all’oggi.

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