Categorie: Architettura

architettura_concorsi | Architettonicamente Firenze

di - 31 Marzo 2003

La realizzazione di una stazione ferroviaria in un contesto urbano delicato come quello di Firenze può dirsi decisamente un impegno coraggioso. Delicato in senso ampio. Perché riferito ad una città d’arte, allo stesso tempo perché questa città d’arte da qualche anno è disperatamente congestionata.
Il progetto richiesto dal bando avrebbe dovuto inserirsi confrontandosi con l’eleganza del tessuto urbano e sfidando la sua immobilità. Come una vibrante nota in uno spartito musicale, il progetto avrebbe dovuto trovare il modo di dialogare con la musica esistente donandole nuovo brio e crescita di pregio.
Dibattiti, osservazioni, valutazioni. Il progetto che vince è A riveder le stelle di Norman Foster e Ove Arup.
Elegante, innovativo, sia sotto il profilo compositivo, sia sotto quello tecnologico, la stazione per l’alta velocità che verrà costruita a Firenze a partire dal 2004 è indubbiamente un’opera di grande qualità architettonica. L’attesa è che, una volta realizzata, sappia davvero dialogare con la città, magari conferendole nuova luce, arricchendo le pagine del suo narrato urbano di elementi innovativi.
Vincitore confermato, senza negare i meritati plausi a Foster, è interessante commentare le idee concorrenti che, se non hanno ottenuto il primo posto, contribuiscono ad affrescare lo scenario della cultura progettuale contemporanea.
Curiosando fra gli altri progetti, emergono diversi orientamenti. C’è chi aggiorna i formalismi hi-tech attraverso i nuovi espedienti dei mezzi di rappresentazione digitale e le tecnologie volte ad una raffinatissima gestione climatica dell’edificio. Chi tenta una rilettura del linguaggio organico attraverso l’uso di software di calcolo innovativi destinati a trovare le soluzioni staticamente più valide, poco importa se di forma ansiogena. Ancora chi stravolge il concetto tradizionale di ossatura in vista di un linguaggio che concepisce, alla maniera di Greg Lynn, non in gara, ma ideologicamente presente, l’architettura come un flusso di materia che va esperita, che va vissuta per essere compresa non solo nelle sue dinamiche strutturali, ma anche nella narrazione compositiva. La fluidità dell’architettura come metafora del flusso dei viaggiatori. E poi c’è ancora un’altra tendenza, più calibrata in rapporto alle esigenze dell’uomo e dell’ambiente: quella di chi progetta con il verde che assurge quasi a nuovo materiale da costruzione. La stazione diventa parco: esplicitazione di un contenuto linguistico improntato al concetto di sostenibilità. Scrive Prestinenza Puglisi: “(…) L’edificio, in altre parole, diventa parte integrante del sistema naturale con il quale può interrelazionarsi. Cessa la distinzione fra architettura e natura, fra città e campagna. E l’ecologia, da prassi fondata su divieti e privazioni e, soprattutto, su rigide contrapposizioni (costruito/non costruito, verde/cemento) diventa una disciplina propositiva di nuovi equilibri, in cui artificiale e naturale coesistono o – come si dice utilizzando la parola “blurring”, oggi di moda fra gli architetti – si confondono l’uno con l’altro”. (Tratto da Prestinenza Puglisi L., Silenziose avanguardie. Una storia dell’architettura 1976-2001, Testo&Immagine, Torino, 2001).
Questi i nuovi orientamenti, le nuove idee del fare architettura. E Firenze, città d’arte, è pronta ad accoglierle. Essa si apre ai caratteri innovativi del pensiero architettonico, offrendosi come prossimo scenario della loro esibizione.

francesca oddo

[exibart]

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