La recente inaugurazione (fine settembre 2003) del nuovo Campus Center dell’Illinois Institut of Technology di Chicago fa doppio centro: è il primo edificio realizzato negli ultimi 25 anni nell’area dell’IIT, sancta sanctorum dell’architettura moderna progettato a partire dal 1956 da Mies Van der Rohe . E soprattutto saluta la prima pietra negli States per Rem Koolhaas e il suo Office for Metropolitan Architecture (OMA).
Vincitore del concorso indetto nel 1997, a cui partecipavano colossi come Peter Eisenmann e Zaha Hadid, Koolhaas non ha avuto vita facile per imporre le sue scelte all’opinione pubblica americana, preoccupata che lo sbarco di questo “eretico realista” della civiltà metropolitana potesse perturbare, con il suo potenziale garantito di provocazione, il valore e l’identità delle preesistenze di Mies.
Eppure proprio dall’America è partito idealmente il suo percorso teorico: nel 1978 l’enfant prodige, poco più che trentenne, pubblicò Delirous New York, manifesto della cultura della congestione urbana come moltiplicazione di stimoli, esaltando Manhattan e la sua pratica dell’elenco, fatta di spontanee e libere addizioni funzionali, contro la sterile pianificazione urbanistica che in Europa nel dopoguerra aveva manifestato tutti gli esiti del proprio fallimento. Inoltre Koolhaas non ha mai nascosto la sua predilezione per Mies, per quella sua “tettonica della scomparsa, della dissolvenza e del galleggiamento” che si articola in trasparenze. La strategia dell’inclusione con cui è stata quindi inglobata nel progetto di Koolhaas la Commons Building di Mies genera forse conflitto ma non certo indifferenza, poiché corrisponde a un’esigenza di confronto dialettico con il grande maestro del Modern Style.
In realtà con questo progetto – costato 48 milioni di dollari – l’architetto di Rotterdam ha saputo sfruttare al meglio uno spazio di risulta, lacerato e marginalizzato dal tracciato
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OMA-Rem Koolhaas
McCormick Tribune Campus Center
Image of McCormick Tribune Campus Center
marco maule
[exibart]
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