Categorie: Architettura

Cinema & Architettura | Location | Venezia – 58 mostra internazionale d’arte cinematografica

di - 4 Settembre 2001

La domanda che l’articolo precedente relativo alla mostra del cinema di Venezia era se valesse o meno la pena partecipare a quest’evento. La risposta più probabile è si, ne vale la pena.
E’ tutto un gran movimento, uno spostarsi da una sala all’altra, una rincorsa ai film del giorno, ma sono film che non sempre vengono immessi nel circuito cinematografico ufficiale, quindi o qui o mai più! Qualche considerazione generale sul rapporto architettura e cinema: nella maggior parte delle pellicole le ambientazioni, le location, hanno la stessa importanza della storia. E’ un fatto strano, o quantomeno curioso. Me lo sono spiegato in questo modo: la maggior parte delle pellicole narrano di singole personalità, di individui, ognuno con le sue caratteristiche, non legati tra loro da una storia, da una trama, ma dal caso. E’ così in Women in Film ( di Bruce Wagner), in 13 conversation about one thing (di Jill Sprecher), nel film animato Waking life (di Richard Linklater), in Aqua e sal (di Teresa VillaVillaverde). E’ una tecnica già vista, ma in questo festival ricorre come un’ossessione. Paradossalmente i film trattano, ognuno a suo modo, il tema dell’incomunicabilità tra la persone, il tema della solitudine e delle paure che ci spingono a rinchiuderci in un guscio sempre più piccolo e stretto. Proprio per questo i personaggi si muovono prevalentemente all’interno dei propri spazi domestici. Ogni personalità è tratteggiata anche grazie alla casa che abita: gli interni di appartamenti la fanno da padroni nelle scenografie. Ci sono squallidi bilocali della banlieu parigina in Reine d’un jour (di Marion Veronux), loft “rampanti” della New York giudiziaria e finanziaria in 13 conversation about one thing, bianche ville portoghesi allungate in riva al fiume in Aqua e sal. Ogni luogo un carattere, ogni umore un luogo. Molte scene si svolgono dentro le case, ognuna delle quali viene descritta nei particolari della quotidianità: tappezzerie consumate, disordine, scarafaggi a volte, piccoli oggetti, soprammobili e ricordi. Molte scene sono dei silenzi: niente parole, niente musica, solo individui che,prese dal proprio tran tran quotidiano pensano più al senso della vita che a viverla davvero. Si vedono tanti letti, si vedono tanti specchi che, simbolicamente, riflettono gli attori moltiplicandone la presenza. Sono moltissimi gli interrogativi che emergono dai film presentati sino ad ora a Venezia: sembra che il cinema si interroghi sui valori veri della vita, sul suo senso, sulle incertezze che la velocità con cui il mondo e la cultura e la società si trasformano provoca a tutti noi. Ci sono domane e risposte ricorrenti ( Cosa vorresti dalla vita? Quello che vogliono tutti, essere felice? – Non vi è un vero motivo per cui le cose succedono, succedono e basta), c’è fatalismo, perdita di speranza, assenza di pensiero sul futuro ( il tutto concentrato nell’enciclopedia filosofica del film Waking life). Gli incontri, quelli si, avvengono fuori, prevalentemente nei locali, nei bar. Sono incontri quasi sempre superficiali o comunque falsi: è come se nessuno dei tanti protagonisti potesse essere sé stesso fino in fondo. E’ come se nessuno avesse più il coraggio di esporsi, di mostrarsi incerto, dubbioso e fragile, per paura che qualcuno si approfitti di tale debolezza. Alcuni film si concludono con una sospensione del giudizio, come un’impossibilità di interpretare il nostro tempo, altri accennano ad una possibilità di salvezza: in questo secondo caso il messaggio finale è : anche un piccolo gesto può aiutare il mondo, anche un sorriso può rendere felice, anche solo per un istante, qualunque sconosciuto. Da tutti questi dubbi atroci un solo film emerge per la sua freschezza e la sua ironia: The curse of the jade scorpion dell’immancabile Woody Allen. Il regista americano riesce a raccontare, cosa che fa da sempre, la molteplicità della personalità umana, la nostra congenita doppia natura di Dottor Jakie e Mr. Hide, l’eterna lotta individuale tra bene e male, che per essere esorcizzato ha bisogno solo di amore. Il suo è il solo film a lieto fine.

Francesca Pagnoncelli


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Venezia – 58 mostra internazionale d’arte cinematografica
Lido di Venezia, 29 agosto – 8 settembre 2001


[exibart]

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