Con code chilometriche si è da poco inaugurata la Biennale del Whitney, curata da Chrissie Iles e Philippe Vergne, per la prima volta nella storia con un titolo: Day for Night, traduzione del film di Truffaut La nuit américaine. Partendo dall’idea del cinematografico effetto notte, i due curatori si interrogano sul momento di instabilità e conflitti, definito preilluministico, che caratterizza la scena artistica contemporanea. La novità non sta solo nell’introduzione del titolo, ma anche nell’apertura a moltissimi artisti europei, che scardina la tradizione dell’evento, da sempre centrato sulla sola arte americana.
Tra le opere che avevano creato maggiori aspettative, al primo posto c’è sicuramente la Peace Tower, colossale costruzione concepita da Rirkrit Tiravanija e Mark di Suvero. L’opera consiste in una struttura portante metallica a cui sono appesi dipinti, poster, foto. La torre, esterna al museo, ma con la base sotto il livello della strada, cioè poggiante nella parte aperta del seminterrato, si richiama alla storica Peace Tower costruita nel 1966 a Los Angeles per protestare contro la guerra in Vietnam. Questa nuova torre dovrebbe, negli intenti, far riflettere sugli eventi contemporanei e sulle tematiche sociali presentate all’interno della Biennale. Leggendo la testimonianza di Irving Petlin, che aveva ideato la torre del 1966 con di Suvero, invitando artisti da tutto il mondo a prendere parte alla denuncia con dipinti, si è costretti a confrontarsi con l’apatica realtà odierna. Allora gli artisti avevano difeso notte e giorno la torre dagli attacchi dei militari e della polizia, che più volte
Ma torniamo al tema della Biennale: il momento oscuro che sta vivendo l’arte contemporanea. I lavori di denuncia, che sono diversi e spesso interessanti, parlano di instabilità e conflitti, individuandoli come elementi caratterizzanti dell’attuale realtà politica e sociale. Alcuni artisti reagiscono con grande forza vitale, oltre che con una denuncia ferma. Nei programmi televisivi del Deep Dish Television Network, nato dal
Per una panoramica chiara sulla mostra e sicuramente stimolante, è utile sfogliare il catalogo, che contiene ottimi testi, tra cui quelli di Toni Burlap e Lia Gangitano, le cui pagine sono poster apribili che creano la sezione Draw me a sheep. Derivata dalla richiesta del Piccolo Principe di Saint-Éxupery all’aviatore precipitato nel deserto, questa parte presenta una serie sorprendente di immagini proposte da ogni artista per il retro della propria pagina.
irina zucca alessandrelli
mostra visitata il 15 marzo 2006
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