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Effetto Whitney

di - 27 Marzo 2006

Con code chilometriche si è da poco inaugurata la Biennale del Whitney, curata da Chrissie Iles e Philippe Vergne, per la prima volta nella storia con un titolo: Day for Night, traduzione del film di Truffaut La nuit américaine. Partendo dall’idea del cinematografico effetto notte, i due curatori si interrogano sul momento di instabilità e conflitti, definito preilluministico, che caratterizza la scena artistica contemporanea. La novità non sta solo nell’introduzione del titolo, ma anche nell’apertura a moltissimi artisti europei, che scardina la tradizione dell’evento, da sempre centrato sulla sola arte americana.
Tra le opere che avevano creato maggiori aspettative, al primo posto c’è sicuramente la Peace Tower, colossale costruzione concepita da Rirkrit Tiravanija e Mark di Suvero. L’opera consiste in una struttura portante metallica a cui sono appesi dipinti, poster, foto. La torre, esterna al museo, ma con la base sotto il livello della strada, cioè poggiante nella parte aperta del seminterrato, si richiama alla storica Peace Tower costruita nel 1966 a Los Angeles per protestare contro la guerra in Vietnam. Questa nuova torre dovrebbe, negli intenti, far riflettere sugli eventi contemporanei e sulle tematiche sociali presentate all’interno della Biennale. Leggendo la testimonianza di Irving Petlin, che aveva ideato la torre del 1966 con di Suvero, invitando artisti da tutto il mondo a prendere parte alla denuncia con dipinti, si è costretti a confrontarsi con l’apatica realtà odierna. Allora gli artisti avevano difeso notte e giorno la torre dagli attacchi dei militari e della polizia, che più volte cercarono di bruciarla o distruggerla. Nella testimonianza scritta (Artforum, marzo 2006) Petlin si augura che questa torre del Whitney possa essere altrettanto controversa, visto che oggi la situazione in Iraq non è certo meno grave di allora. Concludendo: “l’indifferenza è quasi peggio dell’ostilità”. E qui sta il punto. Non solo per quest’opera, ma per tutta la Biennale. Un evento che, per come è concepito sembra lanciare il sasso per poi ritrarre la mano. Già il fatto che la torre sia all’interno dello spazio museale, cambia completamente il senso dell’opera, che si indirizza ad un target molto ristretto e rientra nell’aspettativa da Biennale, causandone in gran parte la debolezza. Come impatto visivo poi, l’opera è tutt’altro che monumentale, e per vedere i dipinti appesi bisogna osservarne una parte dal marciapiede, e un’altra dal bookshop al piano di sotto.
Ma torniamo al tema della Biennale: il momento oscuro che sta vivendo l’arte contemporanea. I lavori di denuncia, che sono diversi e spesso interessanti, parlano di instabilità e conflitti, individuandoli come elementi caratterizzanti dell’attuale realtà politica e sociale. Alcuni artisti reagiscono con grande forza vitale, oltre che con una denuncia ferma. Nei programmi televisivi del Deep Dish Television Network, nato dal collettivo non profit Paper Tiger Television, che ha creato un network satellitare di film-maker indipendenti, i capi di accusa sono chiari come il sole. I curatori sembrano proporre un legame tra angosciosa impotenza di fronte alla presente guerra e il momento pre-illuministico nell’arte contemporanea, creando un equivoco tra instabilità politica e produzione estetica, che solo in piccola parte riflette la prima in questa Biennale. Una dozzina di documentari, girati tra il 2003 e il 2005 mostrano la barbarie dell’invasione dell’Iraq da parte U.S.A. Testimonianze potenti, impossibili da vedere nei canali ufficiali. Un gran peccato che vengano proiettate sul muro che separa i gadget del museo dalle toilette, per cui la visione viene continuamente interrotta da persone che vanno avanti e indietro dai bagni. Perché non proiettarli al secondo piano, invece del Caligula di Francesco Vezzoli, già visto all’ultima Biennale di Venezia, a cui è stata invece destinata una saletta con tanto di poltroncine in velluto? Negli straripanti piani si passa dal poster di Richard Serra contro Bush in riferimento alle torture di Abu Ghraib, all’installazione video con marionette DTAOT: Combine (Don’t trust anyone over thirty), ideato da Dan Graham, Tony Oursler, Rodney Graham e Laurent Berger sull’ossessione americana per l’educazione della gioventù durante l’epoca psichedelica; ai grandi acquarelli sadomaso di Monica Majoli, al nuovo video di Kenneth Anger su un Mickey Mouse demonizzato. Tra i lavori veramente ipnotici: la videoinstallazione di Rodney Graham in parte basata sugli studi newtoniani sul moto relativo, il viaggio in Antartica di Pierre Huyghe, tra rea ltà e finzione, e i meccanismi rotanti con candele che lasciano cerchi di cera sul pavimento di Urs Fischer. Non mancano quindi buoni lavori, come d’altronde in tutti le biennali, ma perché voler dare un titolo, non richiesto, per poi presentare ogni tipo di stile e i più disparati contenuti? Tra l’altro, il cosiddetto effetto notte del titolo, ben si sarebbe prestato ad approfondire metaforicamente il funzionamento di questo filtro che capta meno informazioni, sottraendo così luce alla scena.
Per una panoramica chiara sulla mostra e sicuramente stimolante, è utile sfogliare il catalogo, che contiene ottimi testi, tra cui quelli di Toni Burlap e Lia Gangitano, le cui pagine sono poster apribili che creano la sezione Draw me a sheep. Derivata dalla richiesta del Piccolo Principe di Saint-Éxupery all’aviatore precipitato nel deserto, questa parte presenta una serie sorprendente di immagini proposte da ogni artista per il retro della propria pagina.

irina zucca alessandrelli
mostra visitata il 15 marzo 2006


Whitney Biennial 2006 – Day for Night
fino al 1 giugno 2006
Whitney Museum of American Art
945 Madison Avenue at 75th Street
New York, NY 10021
General Information: 1 (800) WHITNEY
www.whitney.org


[exibart]

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