E’ un labirinto trasparente, quello proposto da Nader Sadek (il Cairo, 1980) per la sua seconda personale. Le pareti, costruite da fili di plastica, lasciano intravedere le cinque stanze in cui si rimane imprigionati, cercando una via d’uscita e –simbolicamente- una strada verso l’immortalità.
Il paradosso sta tutto nell’idea di un circuito da attraversare, nel tentativo (utopico) di sconfiggere ciò che è perituro, annullando -per mezzo della religione e della scienza- la paura della morte. Il parallelo con i dedali sepolcrali degli antichi egizi è un elemento chiave: una mummia e dei cubi di plastica colorati rimandano ai riti faraonici e alla teoria della reincarnazione. Poi un video, brevissimo, in cui una maschera di cera si deforma lentamente, per riacquistare poi la compattezza di una pelle giovane. Un volto di plastica congelato nella luce asettica di due lampade a neon, simboleggia invece l’ibernazione cellulare. Al centro del labirinto, infine, due corpi di cera: sono l’artista e la madre, stesi su due lastre metalliche, a rappresentare insieme la riproduzione e la morte. La facoltà umana di generare nuova vita ha già in sé l’ironico annuncio della fine.
Affianca il lavoro di Sadek, la personale di Marisa Di Paola (New Jersey, 1977), estremamente diversa nei linguaggi e nei temi, ma intimamente legata al concetto di ri-generazione, di paradosso, di ciclicità.
Di Paola usa materiali di scarto -involucri di merendine, cioccolatini, etichette di vino- per creare i suoi deliziosi vestiti.
L’ordinario tra le sue mani diventa fiaba. Sono abiti preziosi, delicati, ma anche precari e deteriorabili: capi usa-e-getta, come vuole la non-etica del consumismo odierno.
L’artista ha impiegato mesi a collezionare spazzatura per le strade del Cairo; una “performance” che era parte integrante del progetto, conclusosi con questa esposizione. I suoi vestiti, così, non sono altro che il prodotto di una megalopoli sommersa dall’immondizia. E qui il paradosso sta proprio nella possibilità di creare l’incanto semplicemente ri-sistemando l’ordinario. La bellezza, però, ha l’aria di essere solo un pacchetto, un incarto, facile da aprire come anche come anche da buttare via. La magia pret-a-porter dura giusto il tempo di una seduzione effimera, pronta a rivelare l’inconsistenza e la fragilità da cui si è, incredibilmente, originata. Metafora del fashion e riflessione sull’alterabilità e la (in)consistenza della superficie, sul riciclo, sull’inganno e la metamorfosi.
I due giovanissimi artisti sembrano descrivere un mondo pronto al consumo veloce, allo spreco, proiettato verso una fine inevitabile e vittima del complesso di morte. Per esorcizzare le sue paure l’uomo cerca una strada, una possibilità per dare nuova forma all’esistente. L’inevitabile destino? Perdersi nel labirinto che lui stesso ha creato.
chiarastella campanelli
mostra visitata il 23 maggio 2005
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