Arte e poesia a Barcellona. Il fil rouge è Mallarmé, per accompagnare il visitatore lungo il XX secolo. Facendolo talvolta perdere nei meandri di un intellettualismo esasperato, per poi ritrovarlo e accompagnarlo frastornato all’uscita.
Risale al 1897 il saggio L’action restreinte di Stéphane Mallarmé, testo nel quale viene sviscerata la poetica del maestro francese e in cui la valenza sociale della poesia pare segnare il passo. In realtà si tratta solo di comprendere il nuovo scenario che si affaccia all’alba del XX secolo. L’azione poetica ha ristretto il proprio campo d’azione, ma non si è confinata nell’alveo intimistico. È un confronto creativo con la lingua e perciò è il tramite fra interiorità ed esteriorità. Marcel Broodthaers considera il coevo Un coup de dès jamais n’abolira l’hasard come una tappa fondamentale nello sviluppo delle avanguardie storiche e di tutto ciò che ne consegue. Per ciò la mostra allestita al Macba si muove in almeno due direzioni: cronologicamente prende avvio dalle avanguardie per costruire un percorso di ricognizione dell’arte del secolo scorso; dal punto di vista “disciplinare” -tenendo fede alla caleidoscopica spinta creativa che caratterizzava gli artisti dell’epoca- indaga molteplici espressioni artistiche. In questo senso va segnalata, per esempio, la grande sala dedicata ai maestri del teatro di ricerca come E.G. Craig, Appia e Meyerchol’d; oppure la proiezione di film come Il silenzio (1963) di Bergman e del suo controcanto Il vento (1927) di Sjostrom.
Aperta dalla frase di Broodthaers, “Mallarmé è la fonte dell’arte contemporanea”, la sezione “The Mallarmé Effect” comprende lavori su carta di Redon e Verre et dé (1914) di Picasso, in un percorso che certo non è di agevole lettura. Questo è forse il limite più macroscopico della mostra, l’intellettualismo talvolta esasperato che prelude alla presentazione di opere le più disparate.
Resta comunque l’innegabile fatto di un’esposizione ricchissima, con la possibilità di osservare materiali e opere assai rari, come quelli provenienti dal Fondo Apollinaire e dalla biblioteca Miró. I media sono tutti contemplati, per cui si può ascoltare Ursonate (1932) di Kurt Schwitters ammirando Acht Mal (1929) di Kandinsky o fotografie e fotogrammi magnifici di Moholy-Nagy.
Fra le sale allestite al secondo piano della candida struttura, si distinguono quella (doverosa) dedicata ad Artaud – con disegni, prime copie e la registrazione originale di Pour en finir avec le jugement de Dieu (1947) –, una notevole installazione di Bruce Nauman, costituita da blocchi in acciaio e intitolata White Breathing (1976), alcuni lavori di Boetti e l’enorme light box di Jeff Wall, A Ventriloquist at a Birthday Party in October 1947 (1990), chiusura enigmatica della mostra.
“Effetti della poetica mallarméana sull’arte moderna”, scrive il curatore. Senz’ombra di dubbio. Ma è altrettanto vero che una mostra basata su una tesi così forte avrebbe richiesto (e meritato) un supporto più articolato dello scarno flyer distribuito all’ingresso.
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marco enrico giacomelli
mostra visitata il 2 agosto 2004
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