Berlino non è Monaco, vale a dire che da queste parti un aspetto elegante ha poco valore, quando non viene addirittura guardato con sospetto. Tanto più sorprende quindi l’entusiasmo di media e di pubblico con il quale è stata accolto l’arrivo della mostra dedicata al lavoro di Giorgio Armani.
Organizzata dalla Fondazione Guggenheim e già esposta a New York e Bilbao, l’edizione berlinese si arricchisce di presentazioni video e di alcuni capi più recenti, portando così ad oltre 400 il numero dei pezzi esposti. Dopo aver affrontato le architetture di Wright e di Gehry, la mostra approda quindi negli ambienti di Mies van der Rohe.
Messi in scena da Robert Wilson e drappeggiati su manichini invisibili in un ambiente in penombra, gli abiti si snodano teatralmente come in una processione di fantasmi lungo un percorso labirintico creato all’interno del piano superiore della Neue Nationalgalerie: una lunga linea curva che si incontra dialetticamente
Il lavoro di Armani è difficilmente cronologizzabile, ecco quindi che il curatore Germano Celant preferisce raggruppare gli oggetti in esposizione per gruppi tematici (il giorno, la sera, l’ispirazione etnica da oriente e nord Africa, il lavoro con Hollywood), a maggiore enfasi della linearità e della coerenza del percorso creativo.
Abbandonata la mostra e spezzato l’incanto, restano però una serie di domande scomode. Dov’è il tanto sbandierato “balletto a 4” tra stilista, curatore, realizzatore e architetto cui accennava Celant? L’edificio di Mies van der Rohe è stato cancellato dall’allestimento, di confronto dialettico non c’è traccia. Naturalmente le delicatissime stoffe vanno protette dall’eccessiva esposizione alla luce, ma la scelta dell’oscuramento incondizionato lascia alla fine pensare che la questione non sia davvero stata posta nei termini corretti, o perlomeno in maniera affrettata; e qui forse vale la pena di chiedersi se da parte della direzione dei musei berlinesi non si sia voluto semplicemente creare l’evento, sicuramente benedetto in questi tempi di casse desolatamente vuote, ma che ci lascia lambiccare sulla qualità (o sull’esistenza) della politica espositiva degli ultimi tempi.
pasquale ferrulli
mostra visitata il 9 maggio 2003
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