Veduta della mostra Permanenza della materia espansa", Courtesy Sangallo Fine Art
Nata come progetto indipendente e sviluppatasi negli anni attraverso una ricerca sempre più riconoscibile nel panorama dell’arte moderna e contemporanea, Sangallo Fine Art si è affermata come una realtà capace di coniugare mercato, studio storico e attenzione curatoriale. Fondata da Giorgio Di Michele Marisi, la galleria abruzzese ha costruito la propria identità attorno a una selezione di artisti italiani e internazionali che attraversa il secondo Novecento, dall’Informale alla Pop Art, fino alle ricerche contemporanee.
Nel corso degli ultimi anni, Sangallo Fine Art ha progressivamente ampliato il proprio programma espositivo, trasformandosi non soltanto in uno spazio dedicato al collezionismo, ma in un luogo di riflessione critica e produzione culturale. Mostre monografiche e collettive, spesso realizzate in dialogo con curatori come Lorenzo Madaro e Lorenzo Canova, hanno contribuito a rileggere figure centrali dell’arte italiana del secondo Novecento fuori da ogni approccio celebrativo, restituendole come presenze ancora attive nel dibattito contemporaneo. Centrale, in questo percorso, è anche l’attività editoriale della galleria, che accompagna le esposizioni con cataloghi e pubblicazioni di approfondimento.
In questo contesto si inserisce Permanenza della materia espansa, la mostra curata da Lorenzo Madaro che riunisce Bertozzi & Casoni, Mario Ceroli, Lucio Del Pezzo, Piero Gilardi e Mimmo Rotella attorno a una riflessione sulla materia come archivio del tempo, superficie di memoria e dispositivo simbolico. Ne abbiamo parlato con Giorgio Di Michele Marisi.
Permanenza della materia espansa riunisce artisti molto differenti – da Rotella a Gilardi, da Ceroli a Bertozzi & Casoni passando per Lucio Del Pezzo – attorno al tema della materia come deposito di memoria. Come nasce questa mostra e quale riflessione volevate aprire sul rapporto tra oggetto, tempo e contemporaneità?
«Nel progetto abbiamo inserito cinque protagonisti decisivi dell’arte italiana tra secondo Novecento e contemporaneo, accomunati da un rapporto intenso e tutt’altro che neutrale con la materia, con l’oggetto e con la capacità dell’opera di trattenere, dentro la propria forma, una densità di tempo, di memoria e di immaginario. In mostra ci sono opere che vanno dagli anni Sessanta come i legni di Mario Ceroli, ad oggi come le ceramiche di Bertozzi & Casoni. Nonostante periodi, linguaggi, materiali e strumenti assolutamente lontani l’uno dall’altro, grazie a Lorenzo Madaro che ha curato la motra, siamo riusciti a trovare un fil rouge in grado di collegarli. Con un risultato assolutamente sorprendente».
Sangallo Fine Art sembra lavorare sempre più su una rilettura non celebrativa di alcuni maestri del secondo Novecento italiano. Da dove nasce questa esigenza di tornare su figure storicizzate ma ancora estremamente attuali?
«Gli artisti italiani che hanno operato a partire dai primi anni Sessanta hanno dato un valore aggiunto alla storia dell’arte internazionale come pochissimi altri artisti esteri sono stati in grado di fare. Non abbiamo molto da invidiare agli statunitensi ed è sufficiente visitare raccolte prestigiose come ad esempio la collezione Ileana Sonnabend a Mantova, per notare la fortissima presenza di opere di artisti italiani. Per alcuni di questi, c’è molto materiale su cui lavorare sia in termini di opere che in termini di riscoperta culturale e rivalorizzazione. E’ vero che molte gallerie in Italia stanno spostando l’attenzione sui nomi esteri e trattiamo anche noi autori come Arman, Paul Jenkins, Esther Mahlangu o Ben Vautier ma ritengo che ci sia ancora spazio per dare un valore aggiunto ai nostri artisti selezionando le opere di qualità e realizzando progetti curati».
Nel panorama odierno, spesso dominato dalla rapidità del mercato e dalla ricerca dell’immediato, quanto è difficile sostenere una linea curatoriale che richiede studio, approfondimento e stratificazione critica?
«Ricerchiamo e proponiamo la qualità non solo nelle opere ma anche nei progetti che realizziamo siano essi mostre in galleria o fiere. Questo richiede risorse, preparazione e impegno. E’ sufficiente sfogliare i cataloghi che realizziamo, ricchi di riferimenti bibliografici e supportati da fotografie storiche frutto della collaborazione con fotografi come Aurelio Amendola, Fabrizio Garghetti e Paolo Mussat Sartor. In fiera dedichiamo sempre parte dello stand a una sezione curata che riprende una mostra in corso o prepariamo un progetto studiato per l’occasione, anche in quel caso scientificamente documentato. Siamo convinti che l’impegno programmatico e curatoriale, sul lungo periodo, premi noi e i nostri collezionisti».
La vostra galleria opera a Vasto, quindi in un contesto periferico rispetto ai grandi centri del sistema dell’arte italiano. Questa posizione rappresenta un limite o, al contrario, una possibilità di costruire uno sguardo più autonomo?
«Trovo che ci siano certamente dei limiti territoriali anche se ormai la presenza online ha accorciato le distanze avendo clienti dislocati in vari Paesi non solo europei. Il cliente attento e interessato, non fa fatica a venire a trovarci in galleria anche se certamente le occasioni non sono cosi frequenti. Inoltre manca il “fare squadra” perché gli operatori in Abruzzo si contano sulle dita di una mano e quindi non c’è un vero e proprio ecosistema di gallerie e collezionisti come difatto esiste ad esempio a Milano. Il risvolto positivo è che partendo in una posizione da quel punto di vista di svantaggio, siamo ancora più motivati ad investire risorse per dare un valore aggiunto alla galleria».
Molte delle mostre che proponete sembrano basarsi sul dialogo tra linguaggi differenti e generazioni diverse. Quanto conta, oggi, creare relazioni tra storicizzazione e contemporaneo?
«Oltre alle mostre monografiche, è nella nostra linea realizzare delle mostre “movimentate” e trasversali, non lineari. Ne è un esempi la mostra in corso dal titolo Permanenza della materia espansa e lo è stata <<TESTUALE>> sempre a cura di Lorenzo Madaro in cui abbiamo messo in dialogo Alighiero Boetti, Mario Ceroli, Emilio Isgrò, Salvo e Ben Vautier, artisti completamente differenti ma che hanno investigato alcuni specifici filoni delle sperimentazioni verbo-visive e verbo-concrete nel contesto italiano e internazionale degli anni ’70 lavorando sulla forza intrinseca delle parole e della loro assenza in differenti ambiti, da quello quotidiano a quello della comunicazione in senso più aperto».
Che ruolo attribuisce oggi a una galleria? È ancora soltanto uno spazio espositivo e commerciale oppure deve diventare anche un luogo di produzione culturale e critica?
«Credo che la galleria non debba mai essere vista solo come uno spazio commerciale e trovo fondamentale l’impegno nella produzione di mostre e progetti editoriali che non solo testimoniano il lavoro e la ricerca ma offrono un sicuro valore aggiunto al collezionista. Abbiamo scelto, inoltre, sin dall’inizio di lavorare esclusivamente con curatori di primissimo piano come Lorenzo Canova, Lorenzo Madaro e Marco Senaldi proprio per sottolineare e dare forza al taglio culturale che diamo alla galleria».
Nel vostro lavoro emerge una forte attenzione verso artisti che hanno trasformato la materia in linguaggio: dal décollage di Rotella ai “Tappeti-natura” di Gilardi. Crede che oggi la materialità dell’opera stia tornando centrale dopo anni dominati dal digitale e dall’immateriale?
«Tralasciando l‘arte NFT che ci siamo ben guardati dal promuovere prefigurandone gli esiti poco felici, oggi si parla di un mercato che torna a guardare con attenzione la pittura. In questo momento, come testimonia la mostra in corso, Sangallo Fine Art sta lavorando in assoluta controtendenza proponendo progetti e focus artisti come Bertozzi & Casoni, Mario Ceroli, Michelangelo Pistoletto o Mimmo Rotella che hanno utilizzato mezzi assolutamente distanti dalla pittura classica. Trovo la pittura sempre affascinante ma spesso lo è ancor di più l’opera “oggetto” con la sua aura, la sua presenza fisica, materica e concreta».
Guardando ai prossimi anni, quale direzione desidera dare a Sangallo Fine Art? Ci sono artisti, movimenti o percorsi di ricerca che sente particolarmente urgenti da approfondire?
«La linea programmatica resta la medesima e continuerà a ruotare intorno alle figure più importanti del Secondo Novecento e non solo circoscritte all’Italia, con alcuni focus su nomi che a volte restano per vari motivi in disparte o non sono temporaneamente attenzionati dal mercato. In questo senso, con la preziosa collaborazione di Lorenzo Madaro, stiamo lavorando ad una mostra su un’artista di grande valore storico, presente nei maggiori musei italiani e internazionali ma oggi lontano dai riflettori che è Lucio Del Pezzo. Riteniamo opportuno, tramite una selezione di opere di grandissima qualità e di varie decadi, farlo finalmente riconsiderare dal pubblico sia dal punto di vista storico che collezionistico riportando su di lui l’attenzione che da sempre merita».
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