La figura artistica di Philip-Lorca diCorcia (Hartford, USA 1953) emerge verso la fine degli anni Settanta grazie ad un singolo scatto – Mario – che raffigura il fratello dell’artista mentre di notte apre il frigo della cucina. Tuttavia quella che sulle prime sembra una snapshot sull’intimità e la quotidianità della vita familiare è in realtà il frutto di una minuziosa messinscena. Come la luce irreale ad esempio, causata da alcuni flash posti all’interno del frigo. Ma nel momento in cui diCorcia pianta il suo treppiedi negli angoli più concitati delle metropoli globalizzate, abbandona per sempre i confini delle mura domestiche. Un’evoluzione del tutto coerente (su cui i critici hanno finora poco riflettuto): oltre a restar fedele alla figura umana, l’artista affronta lo spazio della città quasi si trattasse di un ambiente interno.
Per rendersene conto basta soffermarsi sulle serie esposte: Streetwork (’93-’97), Londra e Tokyo, New York e Hong Kong, Berlino e Napoli viste come set cinematografici o palchi di un teatro; Two hours (’99), scatti della stessa strada prese da un punto fisso lungo l’arco di due ore (e senza alcun tentativo iperbolico alla Perec di esaurire un angolo di mondo attraverso la descrizione). O ancora la serie Heads (2000), in cui una luce stroboscopica viene sparata sui volti dei passanti trasformando i panorami urbani in una galleria di ritratti spogliati d’ogni identità ed espressività e che somigliano al fermo-immagine di un film. Infine A storybook life (’75-’99), 76 scatti che, nonostante siano esposti lungo una linea orizzontale che attraversa la sala intera, non raccontano nessuna storia. Immagini prive d’ogni intento narrativo e documentario (spesso il titolo riporta solo la città di riferimento), frammenti di azioni banali rese in un quadro artificialmente spettacolare, imbricazione di spazi sparsi per il mondo che soli sembrano in grado di restituire lo scorrere del tempo.
Si tratta solo di interpretazioni, al di là degli intenti e dei risultati. Del resto la realtà è così eccessiva che diCorcia si sforza di intervenire il meno possibile – “prediligo le foto in cui la mia presenza non sia determinante” – e di diventare, impresa avventata quanto disperata, testimone invisibile. Uno sguardo non partecipe, come quello dello spettatore di un film. All’artista è dunque sufficiente scendere in strada, delimitare uno spazio urbano, posizionare la macchina fotografica, modificare l’illuminazione e restare in attesa. Nello spessore della contingenza è nascosta la verità delle cose.
riccardo venturi
mostra visitata il 3 marzo 2004
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