Come d’abitudine alla Estorick, non si tratta di una grande mostra antologica, ma di una esposizione mirata ad approfondire un tema. In questo caso la mostra mira a focalizzare l’attenzione sull’attività grafica di Carlo Carrà.
Attraverso l’esposizione di 120 disegni, in parte provenienti dalle collezioni della Estorick, si indaga sul ruolo che il disegno ha avuto nell’opera del pittore. In linea con il metodo di lavoro della tradizione pittorica italiana (di scuola fiorentina), Carrà intendeva il disegno come una costante attività quotidiana, tesa a fermare le idee estemporanee, e capace poi di volgerle in progetti completi, pronti per essere trasposti in opere pittoriche. Disegni quindi con una loro autonomia propria, figli di quel lavoro intellettuale tanto difeso dal Vasari nel ‘500. Seguendo l’esposizione, possiamo seguire e riconoscere le varie tappe della carriera artistica di Carrà, dagli inizi futuristi, con il disegno a matita “Periferia milanese” del 1909, sino all’arte matura e personale con il carboncino acquarellato “Donna con libro” del 1952.
Studente a Brera, Carrà conobbe Serverini e Balla, con i quali firmò il Manifesto della pittura futurista di Marinetti nel 1910. Di questo periodo la Estorick possiede nella sua collezione una delle sue prime opere “Uscita del teatro” del 1910-11. In seguito ad un viaggio a Parigi compiuto nel 1911, Carrà attraversa una fase di rielaborazione di stampo cubista della pittura futurista, come testimonia il disegno “Mezza figura” del 1914.
Lo scoppio della prima Guerra mondiale, lo trova attestato su posizioni interventiste, che manifestò utilizzando il linguaggio futurista, “La guerra navale in Adriatico”, anche se proprio in quegli anni si stava allontanando dal gruppo milanese a seguito di alcuni contrasti con Boccioni e Marinetti.
Durante il periodo bellico, Carrà inizia a sviluppare uno stile diverso, teso a recuperare la forma e solidità degli oggetti rappresentati, ispirandosi ai pittori prerinascimentali toscani, primo fra tutti Giotto. L’incontro con De Chirico e Savinio, nel 1917, lo porta ad avvicinarsi alla pittura metafisica, “Manichino” 1917, di cui raccoglie gli spunti iconografici, ma rielaborandoli in un’atmosfera meno nichilista.
Il suo interesse per la resa pittorica della qualità tridimensionale degli oggetti e della loro solidità, lo avvicina decisamente alla rivista “Valori Plastici”, che propugnava un ritorno all’ordine della tradizione pittorica italiana. Negli anni ’20 avviene la maturazione dello stile personale di Carrà, dal quale non si discosterà più, essenziale e nuovo nella creazione di una pittura in grado di guardare la realtà delle cose e il rapporto tra il mondo e l’uomo. Con questo spirito Carlo Carrà firmò nel 1933 il Manifesto della pittura murale di Sironi, e, tra gli anni ’33 e ’38, eseguì gli affreschi per la Triennale di Milano (perduti) e il Palazzo di Giustizia di Milano. Di questi ultimi sono esposti in mostra ben 39 disegni preparatori, tra i quali un grande “Giustiniano” del 1938.
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Silvia Giabbani
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