C’e’ una difficoltà intrinseca nella descrizione di una mostra di Chiara Dynys.
C’e’ una galleria, la Ars Futura di Zurigo, due opere, Onetwo (2004) e Untitled (2004) e un’artista, Chiara Dynys, appunto. Quello che manca è la struttura classica, quella della mostra: quadri o istallazioni che siano. L’ambiente è sconvolto, completamente trasformato, uno spazio che, inspiegabilmente, sembra prendere vita nel momento esatto in cui vi si accede.
Cresciuta negli anni ’80, quando la corrente generale si orientava con prepotenza verso un ritorno alla pittura -gridando la fine della stagione del concettuale e del minimal- Dynys intraprende una strada solitaria in cui il rifiuto di un genere definito è subordinato alla scelta di una comunicazione intima e personale. Gli oggetti, nelle sue esposizioni, sono il frutto di un lavoro manuale: la ripetizione di una forma geometrica elementare, affiancata, sovrapposta e scalata, riporta ad una gestualità ipnotica che apre un canale nel mondo interiore dell’artista.
La mostra è un semplice invito ad entrare in un ambiente minimo in cui la partecipazione del visitatore non solo è indispensabile, ma è il motore principale. E’ facile perdersi in un infinito gioco di specchi, moltiplicato poi nel mosaico di tessere riflettenti che rivestono i monoliti dorati. Onetwo intrappola lo spettatore, proiettandolo in un’altra dimensione, uno spazio popolato da multipli in cui si stenta a riconoscersi. Il gioco tra uno specchio, one, e l’altro, two, è un rimandare, sottile e acuto, ad un interrogativo esistenziale sulla dualità della condizione umana, su quell’io-spettatore e le complessità che nasconde. Come la figura che sta alle nostre spalle, quando siamo tra due specchi.
Poi i monoliti. L’enigma che la forma primitiva di queste due opere rappresenta, viene rilanciato verso il pubblico e rivestito di un nuovo significato: la patina aurea e le piastrelle specchianti aumentano l’impenetrabilità del monolite, mentre la nostra immagine è ora riprodotta dalle piccole superfici riflettenti. E Chiara Dynys ripropone così la superficie di un corpo che, come il rivestimento del monolite, avvolge il dilemma di un’identità incerta, cangiante, celata.
fabio antonio capitanio
mostra vista il 4 Novembre 2004
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