Alla soglia del decimo anno di attività, il Bureau dello Stedelijk Museum si distingue sempre per le iniziative multiformi focalizzate su un’arte internazionale, fresca e propositiva. Ultima invenzione una serie di esposizioni dedicate ai giovani che troveranno in questo spazio elegante e dalle dimensioni ottimali un ottimo palcoscenico per i loro debutti personali.
Primo esordiente Ryan Gander. Inglese, del ’76, vive ad Amsterdam. La sua attività è multiforme, dalle installazioni alle conferenze, dal giornalismo all’attività di manager di una ‘art-band’ dalle bizzarre performances.
Per questa esposizione Gander ha optato per una istallazione, ricreando un ambiente, o, meglio, costruendo una stanza all’interno dell’area espositiva, evocando un’atmosfera del tutto particolare, dal tono cinematografico. La stanza principale è una
L’impressione è vaga, qualcosa che sfugge, qualcosa di incomprensibile. Poi l’intenzione dell’artista si fa chiara, qui non c’è la ricreazione di un set cinematografico, qui viene svolto un vero e proprio plot: la morte di Abbe’ Faria. Le finestre della stanza principale danno su un lato buio, le tende sono abbassate e solo da una di queste, accidentalmente deformata, si riesce a sbirciare all’interno. Ecco il testimone.
La sensazione chiara che si avverte dentro la stanza è quella di essere osservati da qualcuno, indistinguibile, attraverso le tende. Il disagio è forte. Ecco il colpevole.
La stanza-bagno fortemente illuminata e surrealmente candida lascia percepire qualcosa, come se qualcosa fosse accaduto lì, proprio lì, qualcuno ne ha cancellato ogni traccia, un luogo del delitto immaginario, di un crimine che non c’è o ancora non si conosce. Infine si entra nell’ultima stanza ed ecco che la sensazione precedente si amplifica: l’incidente. Il ramo sradicato e il mare di aghi innondano la stanza assumendo le connotazioni classiche di un misfatto e subito si pensa ad una macchina, il grido delle ruote frenanti sull’asfalto si fa spazio nella mente seguito da un tonfo sordo ed un accartocciarsi di lamiere. Il crimine e’ servito: la morte di Abbe’ Faria.
Tutto l’immaginario cinematografico si fa avanti in questa istallazione, c’è del mistero, tanto mistero. Il personaggio di Abbe’ Faria c’è e non c’è, nascosto da un fumoso alone. Ma c’è qualcosa di più, le luci, l’essenzialità dell’ambiente, la sensazione di essere osservati, l’ambiguità e la mutevolezza dei ruoli che il visitatore assume, riportano ad un maestro del mistero: David Lynch. Si esce con uno strano effetto sulla pelle, quasi come usciti dal cinema, anzi dallo schermo del cinema.
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