L’esposizione che si svolge a Siviglia per ricordare Abd el Rahman Ibn Khaldun, (Tunisi 1332 – Il Cairo 1406), uno dei massimi intellettuali e umanisti di tutti i tempi, considerato il padre della sociologia storica, nel sesto centenario della sua morte, è certamente, per la capitale andalusa, l’evento culturale dell’anno.
La mostra, che prende in esame le relazioni politiche, economiche e sociali tra Oriente e Occidente, tra Europa e mondo arabo-maghrebino nel XIV secolo, un periodo pieno di incertezze e di grandi speranze –come la nostra epoca-, si avvale di oltre cento opere provenienti da musei spagnoli e internazionali. Dopo Siviglia, una parte del materiale verrà esposto nella sede dell’Onu a New York, all’Istituto del Mondo Arabo a Parigi ed in alcuni paesi islamici, per far conoscere i contributi di al-Andalus nei differenti campi: il lusso della corte sivigliana, il significato delle grandi rivoluzioni che si produssero nei paesi mediterranei, la loro evoluzione politica, commerciale, intellettuale, filosofica, il ruolo storico di Siviglia e della Spagna, nel XIV secolo, che avrebbe aperto la strada all’espansione europea e spagnola nell’Atlantico.
Fra le reliquie storiche riunite nel bel palazzo mudéjar -la più antica reggia ancora in uso e, quindi, in un certo senso, il primo capolavoro esposto- spiccano la stele funeraria della sorella di Ibn Khaldun (1338) e lo stendardo di Abu l-Hasan ‘Ali (1339), nonché l’elmo col nome del sultano Ibn Qalawun (1293-1341), logo della mostra.
Filo conduttore della rassegna sono l’opera, la figura ed il percorso umano di Ibn Khaldun, un uomo che ha abbracciato le due sponde del Mediterraneo –Tunisia, Algeria, Marocco, Egitto, Siria ed al-Andalus– e che è stato spettatore di importanti avvenimenti, di cui ha lasciato una lucida testimonianza.
Discendente da una famiglia araba di origine yemenita, stabilitasi nella provincia di Siviglia -nella sua autobiografia parla con orgoglio del suo passato andaluso– emigrò in Ifriqiya all’arrivo dei re cristiani della Spagna settentrionale tra il 1248-1249, come molte altre famiglie che erano al servizio dei regnanti andalusi, andando a formare un’élite di cui si avvalsero i governanti locali.
Avendo ricevuto un’approfondita educazione in matematica, logica, filosofia e, in particolare, diritto, Ibn Khaldun offrì le proprie conoscenze e capacità a molti governanti del Maghreb presso i quali rimase per alcuni anni. Fino a quando, ritornato ad al-Andalus, si stabilì nel Regno di Granata, ultimo ridotto andaluso, dove divenne amico del visir Ibn al-Khatib e da dove il sultano nazaride lo inviò in missione diplomatica a Siviglia, presso Pedro I il Crudele, per ratificare un trattato di pace.
Intrighi di palazzo lo costrinsero a lasciare Granata per tornare nel Maghreb e stabilirsi in Algeria dove iniziò a redigere la sua opera principale al-Muqaddima, (un’introduzione alla Storia Universale), in cui, oltre ad analizzare i molteplici fenomeni ideologici, politici ed economici della società, ed enumerare una serie di concetti generali applicabili ad ogni tipo di fatto storico, sono contenute riflessioni sulla civiltà umana, la storia dei popoli e delle dinastie. All’epoca, nessuno meglio di lui, uomo di scienza con responsabilità politiche, poteva parlare degli stati e delle società con più cognizione di causa.
Tappa finale della sua vita fu Il Cairo (che lo vide morire nel 1406), capitale del sultanato mamelucco –uno dei principali stati musulmani che comprendeva Siria ed Egitto– in cui fu nominato varie volte giudice e dove insegnò nella Djami al-Azhar, la prima università della città. Le pagine di questa rassegna, che abbraccia le due sponde del Mediterraneo, ci permette un affascinante ripasso di quel movimentato capitolo storico.
carmen del vando blanco
mostra visitata il 15 luglio 2006
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