Su una parete la registrazione dei movimenti degli acquirenti in un supermercato e la loro rielaborazione al computer per valutare le opportune strategie di marketing; sull´altra i filmati delle telecamere a circuito chiuso di un carcere, una sorveglianza invasiva che si trasforma spesso e volentieri in violenza. Il tutto all´insegna del motto: „Chi detiene la tecnica detiene il potere“.
La prima opera nel percorso della mostra Stand der Dinge, la video installazione di Harun Faroki dal significativo titolo I tohught I was seeing convicts, delinea immediatamente il tratto caratteristico di tutta l´esposizione curata dalla francese Catherine David: il confronto tra arte e politica nel senso forte del termine, ovvero della gestione della società. E quindi, necessariamente, anche il confronto con i media e il loro potere.
Stand der Dinge abbraccia infatti i lavori di undici artisti, età media quarant´anni, provenienti dal diverse aree del mondo, che scelgono di indagare e documentare microcosmi del contemporaneo o di riflettere sulle modalità della rappresentazione stessa. Al primo gruppo appartengono per esempio l´algerino Kader Attia con il suo diaporama La piste d´Atterrissage, serie di immagini, di sapore alle volte studiatamente commovente, sulla vita di un gruppo di travestiti connazionali a Parigi, o l´artista calabrese (ora vivente a Saint Denis), Paola Salerno: asciutte, incisive fotografie di una Calabria violata dalla edificazione selvaggia e dalla rottura dell´equilibrio con l´ambiente. Fotografie di grande suggestione e nello stesso tempo dal forte impegno politico sono anche quelle dell´israeliano Efrat Shivly, che immortala in forma di ritratto ufficiale i politici palestinesi nella serie Palestinian Cabinet Ministers e il cui obiettivo – con un imponenza quasi da incisione piranesiana – si rivolge poi ai nuovi quartieri israeliani in costruzione a West Bank. Forma di documentazione quasi classica è ancora il video del cinese Wang Jianwei,interviste che tracciano la condizione dei contadini immigrati in città.
Ma quale il potere di distorsione – oltre che di controllo – dei media? Col tema della proliferazone e e della ingestibilità delle informazioni e delle immagini – e qui passiamo al secondo gruppo di cui accennato in precedenza – si confronta per esempio Alejandra Riera con l´installazione Des choses que nous ne comprenons pas: proiezioni e copie laser di fotografie e immagini di diversi media, in un accumulo e sovrapposizione che erode la possibilità stessa del senso. A compiere un passo indietro rispetto all´uso die media e a giocare consapevolmente con la loro struttura è anche il libanese Walid Ra´ad, che si interroga sulla possibilità della scrittura della storia della guerra civile libanese; non solo con Already been in a lake of fire, serie di fotografie di auto che corrispondono in tutto e per tutto a quelle utilizzate come autobombe; ma anche con alcuni ironici montaggi dove i confini tra ricostruzione e invenzione vengono abilmente sfumati. Un video di pochi minuti, costruito come documentario, descrive come un addetto a una telecamera di sorveglianza di una passeggiata a mare libanese abbia per molti anni, contravvenendo ad ogni regola, puntato l´obiettivo sul tramonto, ovvio il sempre crescente effetto di spaesamento per lo spettatore, a cui viene raccontata con mezzi verosimili una storia inverosimile.
Insomma, un´esposizione che offre una scelta di opere convincente, legata da un forte nodo tematico: Stand der Dinge conferma come Kunst Werke rappresenti al momento una delle piú interessanti gallerie della affollata scena berlinese.
Nicoletta Grillo
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