Le fotografie di Luc Delahaye evocano la tradizione delle grandi tele di raffigurazione storica della metà del XIX secolo, ostentando quello stesso sguardo panoramico che ripercorre la latitudine della scena, rivelandone ogni singolo moto. Si tratta forse in questo modo una nuova forma di visualizzazione della storia contemporanea. Un doppio sguardo: un occhio lontano e distaccato per cogliere l’immagine nella sua totalità, sottolineando quanto parziale e limitata sia la nostra visione; e un secondo occhio, più ravvicinato, cinicamente attento ad afferrare i dettagli e a scovarne le più segrete allusioni.
Il fotografo francese, vincitore della Deutsche Börse 2005, ha alle spalle un passato da reporter di guerra e di catastrofi: il suo è un repertorio di immagini che, tuttavia, rappresenta una realtà assolutamente inedita, lontana dalla tradizionale visione del fotogiornalismo. Considerato l’insolito approccio e la spettacolarità di queste immagini, non sorprende dunque che sia proprio lui il vincitore di quello che negli ultimi anni è diventato uno dei più prestigiosi premi internazionali d’arte. La Deutsche Börse vanta alla sua nona edizione una collezione di fotografia contemporanea in costante crescita, che abbraccia una grandissima varietà tipologica e stilistica. Varietà dimostrata anche dal fatto che Luc Delahaye è l’unico fotoreporter fra i quattro finalisti presentati presso la Photographers’ Gallery.
Desolanti nature morte, interni sbiaditi e indefiniti ritratti di nudo sono stati il contributo dello svedese JH Engström, che ha preferito ripiegare su un approccio più intimo e autobiografico, proponendo alcune foto tratte dal suo ultimo libro Trying to Dance. L’americano Stephen Shore ha presentato, invece, una serie di scatti che risalgono a diversi “road trips” in giro per gli Stati Uniti. Ne risulta un’ immagine canonica della cultura americana raffigurata nell’ordinarietà dei suoi paesaggi stereotipati.
Interessante, infine, il lavoro del tedesco Jörg Sasse che, attraverso l’esercizio di uno sguardo ravvicinato e analitico, riscatta la banalità attraverso l’estetica. Delude però, nella serie esposta, la mancanza di organicità e coerenza che purtroppo non rende giustizia all’aspetto più peculiare e interessante della sua fotografia.
ottavia castellina
mostra visitata il 3 maggio 2005
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