Nobuyoshi Araki ritorna con le foto degli ultimi due anni da Bob Van Orsouw che rappresenta da lunghissimo tempo il suo discusso operato.
L’attesa c’è: l’iconografia dell’artista giapponese è concentrata da molto tempo su una ritrattistica ai bordi del porno, in pieno territorio bondage, del quale è in un certo senso il padre putativo. La sua opera dai contenuti forti ha sempre avuto un impatto morbido grazie alla mediazione del filtro che la tecnica fotografica intrinsecamente porta con sè. Ma solo fino ad ora.
Questa volta c’è qualcosa di diverso. La Polaroid con quell’immediatezza spiazzante tipica della ripresa dal vivo riporta, nell’immaginario collettivo, al concetto del documento, del live, dell’estemporaneo. Dal sesso alle nubi nel cielo tutto è catturato e consegnato al tempo nella sua essenza intrinseca: effimera. Come in un diario che delle cose celebri solo la mortale fuggevolezza.
In questi innumerevoli scatti manca la mediazione di una tecnica fotografica tradizionale, non ci sono filtri, nè ci sono luci, il soggetto è preso e messo lì in quel piccolo quadrato di otto centimetri attaccato al muro. È questo che devasta nelle foto di Araki. Eppure proprio ora, lontano dalla finzione di un’immagine che iconizza, proprio ora affiora, spontanea, la poetica del fotografo giapponese. I corpi di innumerevoli donne vengono legati e ripresi svestiti, a volte abbigliati da geisha, in compagnia di pupazzi con i genitali in bella mostra, e poi affiancati a immagini di cieli azzurri, bambole e fiori iridescenti, come in passato, ma quando l’impianto artistico viene smesso si vede meglio cosa c’è dietro la patinatura e la morbosità, persino la sessualità, sono scomparse in un gioco che ruota intorno a una rappresentazione ironica di una pornografia finta, esattamente come anticipato dal titolo stesso.
Il sapiente Van Orsouw gioca in uno spazio espositivo tra i più interessanti di Zurigo, incurante dello shock che Araki può provocare (c’è chi esce disgustato). Le duecento e passa foto in esposizione sfidano il visitatore una dopo l’altra, i taboo si creano e si distruggono, senza posa, portando allo stordimento.
Julian Opie da Bob Van Orsouw
fabio antonio capitanio
mostra vista il 24 Marzo 2004
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E che palle con questi artisti che la stanno a menare sempre con la stessa solfa.
Minestra in bagnomaria.