Se dovessimo soffermarci a pensare cosa significa e cosa rappresenta per noi l’arte contemporanea, come risponderemmo? Rapportandola al mondo in cui viviamo, più o meno globalizzato, allo sviluppo della scienza, della medicina, della politica, dei media… che ruolo svolge e quali valori emergono da questo complesso fenomeno culturale? Non esiste una risposta univoca, una caratteristica che tuttavia ci azzarderemo ad attribuirle è quella di rappresentare una sorta di “finestra sul mondo”. Artiste come Shirin Neshat o Nan Goldin ci espongono, come in un reportage fotografico, alcune delle tematiche “scomode” che caratterizzano la
Nei malinconici, a tratti esasperanti, Never My Soul (2001) e Women Who Wear Wigs(1999) sembra indiscreto ascoltare i racconti ed essere spettatori di scene che, senza veli, ci parlano di malattie, maltrattamenti, abusi, così come di amori, scelte e sacrifici. Fortunatamente però l’amarezza percepita al primo impatto, si dissolve con il progredire delle immagini. Incuriositi, a volte commossi, condividiamo grazie ad Ataman un segmento dell’esistenza di comuni individui che lentamente impariamo a conoscere ed in qualche modo ad apprezzare. Da un ambiente all’altro possiamo lasciarci incantare da una maliziosa ottuagenaria cantate lirica che in kutlug ataman’s semiha b. unplugged (1997) ci apre le porte del suo roboante passato, o prendere nota di qualche insolita specie di Amaryllis in The 4 Seasons of Veronica Read (2002) assistendo all’intervista fatta alla rinomata coltivatrice inglese. Purtroppo la tentazione di abbandonare lo “spettacolo” rischia di compromettere il giudizio di molti visitatori. Alcuni filmati infatti arrivano a durare più di un paio d’ore.
chiara longari
mostra visitata il 17 febbraio 2003
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