Battistello Caracciolo (Napoli, 1578-1635), San Giovanni Battista fanciullo, 1622 ca., olio su tela, 62,5x50 cm
Dal 27 marzo al 27 settembre 2026, il Forte Pietro Leopoldo I di Forte dei Marmi ospita Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito, mostra promossa dal Comune di Forte dei Marmi e dalla Fondazione Villa Bertelli in collaborazione con la Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito per la Storia dell’arte moderna a Napoli, a cura di Nadia Bastogi, storica dell’arte specializzata sulla pittura del Seicento e direttrice scientifica della Fondazione De Vito.
Il progetto riunisce trentanove dipinti della raccolta di Giuseppe De Vito, collezionista italiano del secondo Novecento: ingegnere e imprenditore, ma anche studioso che ha dedicato ricerche sistematiche alla pittura napoletana del XVII secolo. «Il titolo della nostra mostra è esemplare per capirne il significato», afferma la curatrice. «Non è una mostra realizzata per riflettere una visione esaustiva del Seicento napoletano, ma un percorso costruito attraverso le scelte specifiche del collezionista», che nel tempo ha privilegiato opere capaci di restituire la fisionomia di quella stagione.
Il punto di avvio del percorso si configura con la presenza di Caravaggio a Napoli durante i soggiorni del 1606-1607 e 1609-1610, con una prima sezione che documenta l’assimilazione del naturalismo caravaggesco da parte dei pittori attivi in città: da Battistello Caracciolo, tra i primi interpreti locali, a Massimo Stanzione, fino alla presenza decisiva di Jusepe de Ribera, stabilitosi a Napoli nel 1616. È in questo contesto che, come ricorda Bastogi, l’influenza caravaggesca assume una durata e un’intensità peculiari rispetto ad altri centri italiani.
Il percorso segue poi gli sviluppi tra gli anni Trenta e Cinquanta, quando il naturalismo si confronta con istanze classiciste e con apporti di diversa provenienza. Accanto a Bernardo Cavallino, Andrea Vaccaro e Antonio De Bellis, emergono nuclei tematici dedicati alle figure femminili, ai martirii, alle “figure in piccolo” destinate al collezionismo privato. Non manca inoltre un affondo sulla natura morta, con opere che attestano la fortuna di un genere che a Napoli si sviluppa con grande fortuna.
L’ultima sezione guarda invece al progressivo orientamento verso il barocco, segnato dall’arrivo di Mattia Preti e dall’affermazione di Luca Giordano, conclusione particolarmente importante anche dal punto di vista simbolico, in quanto proprio Giordano è stato uno degli artisti più studiati da De Vito. Anche in questo passaggio, la matrice naturalista rimane riconoscibile, a conferma di una continuità che attraversa l’intero secolo.
Uno spazio, all’interno del percorso di mostra, è riservato poi alla figura di De Vito, ai suoi rapporti con studiosi e istituzioni e ai materiali d’archivio che accompagnano le opere. «Parlare di Seicento napoletano non è un’operazione provinciale», sottolinea Bastogi, ricordando il ruolo di Napoli come centro europeo di primo piano nel XVII secolo, crocevia politico, economico e culturale. La presentazione della raccolta in Toscana, in un territorio che conserva testimonianze di matrice caravaggesca abbastanza significative, introduce un ulteriore livello di lettura, operando un confronto possibile tra tradizioni pittoriche che, pur autonome, condividono radici comuni e circolazioni di modelli. Forte dei Marmi stessa, come sottolineato dal presidente della Fondazione De Vito Giancarlo Lo Schiavo, è stato un luogo particolarmente a cuore per il collezionista.
«A Napoli Caravaggio non trovò solo allievi, ma una intera civiltà pronta a tradurre la sua ombra in luce». Questa citazione di Longhi ha aperto la conferenza stampa a Forte dei Marmi, delineando un percorso che prova a restituire una sezione di pittura italiana, in un preciso luogo e momento storico, e la filtra attraverso gli occhi di De Vito. Gli acquisti del collezionista sono sempre stati indirizzati a ricostruire quella che, secondo lui, era la scena napoletana del Seicento, anche acquistando opere di artisti all’epoca poco noti; il che contribuisce a tradurre, se vogliamo, la sua ombra in luce.
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