Categorie: Arte antica

Il “fenomeno Napoli”, tra grande arte barocca e presepi: la mostra a Londra

di - 15 Gennaio 2022

L’argomento “Napoli” si sta affermando largamente nel teatro, nel cinema e alla televisione. Ma, già da alcuni decenni, si è sviluppata una inaspettata, a tutta prima inspiegabile, rivalutazione, anche economica, dell’arte napoletana. E l’attuale interesse verso il “fenomeno Napoli” non riguarda solo l’Italia. Infatti, in questi giorni a Londra sta ottenendo successo la mostra intitolata “Naples” tout court, semplicemente. Visitabile fino al 25 febbraio 2022, la mostra è nella prestigiosa Colnaghi Art Gallery, che ha sedi anche a New York e a Madrid. Fondata nel diciottesimo secolo, è forse la più antica d’Europa ma non dimostra la sua età. Perché qualche anno fa, con una sapiente ristrutturazione, ha abbandonato il suo pesante stile vittoriano, acquistandone uno decisamente più snello.

Entrando nei locali al 26 Bury Street – la galleria ha cambiato anche indirizzo – troviamo che le lisce pareti, prive di inutili orpelli, esaltano la esuberante loquacità delle opere napoletane. Si impone alla vista un dolorante “Ecce Homo” che, insieme a un sofferente San Giovanni Battista, ci dà le coordinate stilistiche della pittura dello spagnolo napoletanizzato Jusepe de Ribera (1591-1652). Di seguito, c’è una Maddalena penitente, pittura su rame di cui non possiamo sbagliare la paternità, giacché è affermata da un elegante monogramma con la firma dell’autore, Massimo Stanzione, pittore napoletano che, come diversi altri artisti, morì nel 1656, nella ferale peste che dimezzò la popolazione della sua città.  Troviamo poi l’esuberanza napoletana furoreggiare nel Trionfo di Galatea del napoletanissimo Luca Giordano (1634-1705) e la vitalità della “natura morta”, pesci e crostacei, del napoletano Giuseppe Recco (1634-1695), specialista nel rendere vivissimi anche i pesci boccheggianti nell’ultimo respiro. Accanto a loro, vediamo Napoli in due vedute del modenese Antonio Joli (1700-1777), commissionate, all’epoca, da Lord Montagu of Beaulieu, quando la città affascinava ì turisti inglesi perché “picturesque”, termine che allora indicava la particolare straordinaria vitalità di un luogo.

Nella locandina della mostra è raffigurato quello che potremmo indicare il suo protagonista: il presepio. Per l’occasione, il napoletano storico dell’arte Carmine Romano ha presentato un suo libro, tradotto in inglese da Gordon Pole e Caroline Paganussi: “The 18th century neapolitan creche. A masterplace of baroque spectacle” (Napoli, ed. Porcini, 2021). Differente da tutte le altre rappresentazioni della Natività è il presepio napoletano che, nella nascita simbolica del Bambino, amplia e approfondisce il significato della realtà del mondo. La natura è rappresentata dalla montagna, detta “scoglio”, per rievocare il mare, e dalla varietà dei frutti, per significare tutte le stagioni. Tanti i simboli, anche nei personaggi: il dormiente Benino, il pastore con le sue pecore e quello della meraviglia. E c’è anche un uomo su un carro con delle botti di vino – in Vino Veritas – chiamato senza indugio CicciBacco, simbolo del paganesimo della Neapolis magnogreca, traslato nel Cristianesimo.

Soprattutto vi è una grande varietà di persone: vecchi e giovani, eleganti e straccioni, belli e deformi e anche le vecchie donne con il gozzo sorridono per la grazia di Dio. Il Presepio napoletano esalta con il Natale la varietà della calda realtà della Vita. Ed è forse per ciò che attrae attualmente, in questa fredda, schematica, uniformante epoca tecnologica, l’argomento Napoli.

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