Categorie: Arte antica

Il prezzo del blu: quanto costava dipingere una stanza a Pompei?

di - 28 Marzo 2026

Ogni colore non è mai “solo un colore”, è permeato di messaggi, di storia. Da millenni, il blu è un colore particolarmente pregiato e porta con sé un’estetica ma anche uno status ben preciso. Un recente studio pubblicato su npj Heritage Science ha analizzato il valore economico della “Sala Celeste” pompeiana – emersa dalle ceneri nell’estate del 2004 – nella regione centrale (Regio IX Insula 10) dell’antica città campana. Guardando al blu egizio che ricopre le pareti dell’ambiente, gli archeologi hanno subito compreso che la stanza, più che uno spazio domestico, rappresentava probabilmente un sacrario, ovvero un santuario preposto alla celebrazione familiare di rituali o alla custodia di oggetti sacri.

Sacrario, Sala Celeste, Regio IX. Foto Parco Archeologico di Pompei

Ma quanto costava realizzare una stanza interamente in blu? Il colore utilizzato in questo ambiente di Pompei è particolarmente pregiato, un pigmento sintetico tra i più antichi della storia, utilizzato diffusamente nel mondo romano ma tutt’altro che accessibile.

È proprio su questo punto, quello di una effettiva quantificazione del valore economico della commissione, che si concentra la ricerca di npj, con delle stime che indicano un costo del pigmento come potenzialmente molto incisivo sul budget complessivo di una decorazione parietale. È stato stimato che siano stati applicati tra 2,7 e 4,9 kg di blu egizio con la tecnica dell’affresco, corrispondenti a un costo totale compreso tra 93 e 168 denari. Si arriva quindi a cifre paragonabili a una quota consistente del salario di un legionario. La questione, fra l’altro, si muove in bilico fra l’aspetto economico e quello storico e soprattutto sociale: non si tratta solo di quanto fosse caro il blu ma del perché venisse comunque scelto.

La storia del blu egizio

Il blu egizio non è un pigmento naturale ma il risultato di un processo artificiale che combina silice, rame, calcio e alcali, sottoposti a temperature elevate. La sua produzione richiedeva competenze tecniche, controllo dei forni e disponibilità di materie prime specifiche, aumentando a ogni passaggio il costo finale del prodotto.

Fin dalla Preistoria, i colori legati direttamente al terreno erano di facile reperimento. I pigmenti minerali blu, invece, venivano estratti da giacimenti difficilmente accessibili, con un costo più alto. Caratterizzato da un’instabilità chimica notevole, il blu rimase un colore estremamente pregiato – più o meno in base alla tipologia di minerale dal quale veniva estratto – almeno fino al XIX secolo, quando l’industrializzazione portò alla produzione chimica di massa di coloranti e pigmenti. Furono proprio gli elementi del difficile reperimento e dell’instabilità chimica e a spingere gli antichi a realizzare dei pigmenti blu artificiali, a base di limatura di rame mescolata a sabbia e a potassa.

Rifacendosi ai testi di Teofrasto, Vitruvio e Plinio il Vecchio, il primo pigmento di blu artificiale fu il blu egizio, che prende il nome dal Paese nel quale, già tra il 3200 e il 3300 a.C., venne inventato. Si trattava di un tetrasilicato di rame e calcio ed era noto per la sua stabilità e resistenza al deterioramento.

La sua riscoperta avvenne molto più tardi, nel 1802, quando il chimico francese Louis Jacques Thénard lo isolò per la prima volta da un frammento di ceramica egiziana, anche se il suo uso venne portato avanti anche durante il periodo Medievale e Rinascimentale. Secondo le ricostruzioni realizzate in laboratorio a seguito della scoperta, si è ipotizzato che le temperature necessarie per la produzione del pigmento erano comprese tra gli 850 e i 950 gradi centigradi, con una cottura necessaria di circa 24-48 ore.

Sacrario, Sala Celeste, Regio IX. Foto Parco Archeologico di Pompei

Questa origine tecnica ha due conseguenze: la variabilità, per cui anche piccole differenze nel processo produttivo producono risultati cromatici diversi, in quanto il pigmento è una miscela eterogenea e non uniforme; la trasmissibilità, perché il sapere necessario alla sua produzione si diffonde dal mondo egizio a quello greco e poi romano, mantenendo una continuità tecnologica più che semplicemente stilistica.  Nel contesto romano, il blu egizio manteneva un costo significativo e una forte stabilità fisica, resistendo alla luce, all’umidità e al tempo. Nel I secolo a.C., Vitruvio ne menzionò l’esistenza utilizzando il termine romano “caeruleum”. A quel tempo, il blu egizio veniva già prodotto a Puteoli, la città sul Golfo di Napoli.

Il blu egizio a Pompei

Guidato dalla neolaureata al Massachusetts Institute of Technology in scienza dei materiali e archeologia Mishael Quraishi, lo studio di npj Heritage Science permette di quantificare meglio non solo la presenza del pigmento ma anche la sua distribuzione sulle superfici, appurando che  il blu non sempre è steso in modo uniforme ma concentrato in zone visivamente strategiche, quasi a massimizzare l’effetto a fronte di un costo elevato.

La ricerca ricostruisce anche il modo in cui il pigmento è stato utilizzato. Attraverso una combinazione di luminescenza indotta da luce visibile (luce bianca), SEM-EDS e spettroscopia Raman, gli studiosi sono riusciti a mappare spazialmente la distribuzione su larga scala del colore nello spazio, dimostrando che il blu egizio non era applicato solo nelle zone visibili ma costituiva uno strato di fondo continuo, steso su gran parte delle pareti e poi coperto da altri colori. Anche la quantità è tutt’altro che trascurabile: le stime indicano infatti tra 2,7 e 4,9 kg di pigmento impiegato per un ambiente relativamente piccolo. L’edificio a cui apparteneva la stanza prevedeva un bagno termale, un cortile centrale, una scalinata, un piano superiore e un’ampia sala da pranzo che poteva ospitare da 20 a 30 persone.

Il valore economico del pigmento

Per quantificare economicamente la spesa per la realizzazione della Sala Celeste, i ricercatori si sono basati principalmente sul lavoro di Hilary Becker, storica dell’antichità e specialista di pigmenti, che attualmente studia e produce questo pigmento presso la Binghamton University.

Per stimarne il costo, i ricercatori sono partiti da una fonte antica, Plinio il Vecchio, che descrive diverse tipologie di pigmenti blu in uso all’epoca, tra cui armenium, indicum, caeruleum, lomentum e cylon. Nel caso del caeruleum, quello che porta alla realizzazione del blu egizio, le varianti si distinguevano anche per provenienza, partendo dall’Egitto ma interessando anche città come Pozzuoli o Cipro.

Il pigmento impiegato nel Sacrario Blu, identificato come Caeruleum Vestorianum di origine egizia, aveva un prezzo piuttosto elevato: 11 denari per libbra (circa 453 grammi). Per avere un termine di confronto, l’ocra più pregiata costava 2 denari per libbra, l’orpimento arrivava a 4, mentre la crisocolla oscillava tra 3 e 7. Partendo da questi valori, gli studiosi hanno calcolato il costo complessivo moltiplicando il prezzo unitario per la quantità stimata di pigmento utilizzato, compresa tra circa 2,7 e 5 chilogrammi, con un risultato di spesa che oscilla tra 93 e 168 denari.

Per capire cosa significhi concretamente, si può confrontare questa cifra con i prezzi della vita quotidiana: tra I e II secolo d.C., infatti, una pagnotta costava tra 1/16 e 1/8 di denaro. Anche prendendo in analisi il solo valore più alto, il pigmento blu impiegato corrispondeva a centinaia di pagnotte, per l’esattezza tra circa 744 e 1344. Ancora più indicativo è il confronto con i salari: un fante romano, all’epoca dell’eruzione del Vesuvio, percepiva circa 187 denari l’anno. Questo significa che il costo del pigmento per una singola stanza poteva arrivare a una quota compresa fra il 50% e il 90% del reddito annuo di un soldato.

Il blu fungeva quindi anche da indicatore sociale, misurando – ed esibendo – la distanza di classe fra chi poteva accedervi e chi, invece, non aveva la disponibilità economica per servirsene.  Forse è questo ciò che rimane, ancor più del numero: la consapevolezza che dietro una superficie apparentemente uniforme possa nascondersi un intero sistema di scelte. E che il colore, in fondo, non è mai solo colore ma anche un indicatore economico e culturale.

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