Cerchia di Caravaggio, Suonatore di liuto, Badminton House
Una tela relegata per decenni tra le copie di bottega, venduta da Sotheby’s nel 1969 per 750 sterline come “After Caravaggio” e nel 2001 per 71mila come “Circle of Caravaggio”, torna oggi a imporsi sulla scena internazionale con un verdetto sorprendente. Il suonatore di liuto di Badminton House, residenza di campagna del Regno Unito, sarebbe un’opera autografa di Michelangelo Merisi, con una probabilità dell’85,7 % e a dirlo non è un tradizionale comitato di studiosi ma un algoritmo. L’attribuzione nasce infatti dall’analisi condotta da Art Recognition, società svizzera specializzata in applicazioni dell’intelligenza artificiale al patrimonio, in collaborazione con l’Università di Liverpool.
Il risultato, definito «Strong match» con i dipinti certi del maestro lombardo, sembra capovolgere decenni di scetticismo. Clovis Whitfield, lo storico dell’arte che aveva acquistato l’opera 20 anni fa, aveva già notato come alcuni dettagli corrispondessero con precisione alla descrizione di Giovanni Baglione nella sua biografia del 1642, come la resa minuziosa delle gocce di rugiada sui fiori. Per Keith Christiansen, per anni responsabile dei dipinti europei al Metropolitan Museum di New York – dove è conservata un’altra versione dello stesso soggetto, proveniente dalla Wildenstein Collection – l’opera non poteva che essere una copia. Ma l’algoritmo ora sembra poter ribaltare il giudizio clamorosamente. Oltre alla nuova attribuzione, l’IA ha infatti escluso come autografa la versione della collezione Wildenstein, considerata l’originale e adesso giudicata invece non autentica.
Il caso apre uno scenario inedito. Caravaggio è uno degli artisti più rari e contesi della storia dell’arte occidentale, con poche decine di dipinti superstiti. Ogni nuova attribuzione ha il potere di ridisegnare tanto i valori di mercat quanto la stessa percezione critica della sua opera. L’uso dell’intelligenza artificiale aggiunge a questo panorama un attore inedito, capace di comparare su larga scala caratteristiche visive e microstrutture della pennellata. «Tutto ciò che supera l’80 % è considerato molto alto», ha spiegato al Guardian la direttrice di Art Recognition, Carina Popovici, sottolineando come il risultato non sostituisca il giudizio umano, ma lo integri con un’evidenza probabilistica difficilmente ignorabile.
Non è la prima volta che l’IA viene invocata per sciogliere nodi attributivi. Pochi mesi fa lo stesso team di Art Recognition aveva sostenuto l’autenticità di un dipinto raffigurante Il bagno di Diana attribuendolo a Rubens, scatenando ovviamente una accesa discussione: diversi studiosi hanno criticato la metodologia, sottolineando incongruenze tecniche e stilistiche. Ancora più controverso è stato il caso di un presunto Raffaello, su cui l’analisi automatica aveva dato esito positivo ma che molti storici hanno respinto, evidenziando i rischi di affidarsi a dataset incompleti o a immagini digitali alterate da restauri.
E dunque, può un algoritmo stabilire l’autenticità di un’opera d’arte? L’intelligenza artificiale, per sua natura, non offre certezze assolute ma gradi di probabilità. A differenza di una perizia tradizionale, che poggia su documenti, pigmenti e provenienze, il sistema lavora su somiglianze statistiche. Eppure, proprio in questo approccio quantitativo, alcuni vedono un contrappeso utile alla soggettività degli esperti, spesso divisi da rivalità accademiche o da altri interessi.
Nel caso del Suonatore di liuto, la vicenda è tanto clamorosa da diventare paradigmatica. Il fatto che la tecnologia abbia promosso quella che era reputata una copia e bocciato quella considerata originale, rimescola le gerarchie consolidate e riaccende il dibattito tra storici, collezionisti e musei. Senza contare che del Suonatore di liuto c’è anche un’altra versione, tradizionalmente attribuita a Caravaggio, proviene dalla collezione Giustiniani e conservata all’Hermitage di San Pietroburgo.
«Il risultato dell’IA mette in discussione un paradigma e apre a un futuro in cui la valutazione critica dovrà necessariamente confrontarsi con strumenti oggettivi», ha commentato Whitfield. Ma se unaa macchina può aspirare a una forma di oggettività statistica, il giudizio umano resta sempre un atto di interpretazione. La vera domanda è allora: chi osserva i numeri, osserva davvero i fatti o, ancora una volta, se stesso?
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