Gian Lorenzo Bernini, Ritratto di Urbano VIII. Foto Alberto Novelli
Più di mille metri quadri di allestimento, 88 opere di cui 70 in prestito da musei di tutto il mondo. Con la mostra “L’immagine sovrana. Urbano VIII e i Barberini”, la dimora della famiglia delle tre api si trasforma in un vero e proprio labirinto. Un labirinto cristiano, nel quale, al posto del Minotauro – ammirato e temuto – “si aggira” Urbano VIII, l’ultimo papa del Rinascimento, il re dello sfarzo Barocco.
«Abbiamo scelto di creare una mostra che si può fare solo qui, in questi precisi spazi», ha spiegato Sebastian Schütze, uno dei curatori insieme a Maurizia Cicconi e Flaminia Gennari Santori, direttrice delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma. È intorno a Palazzo Barberini che ruota tutta la storia del papa poeta e soltanto al suo interno è parso possibile dare autentica testimonianza delle sue scelte culturali e politiche, ponderate assieme ai suoi nipoti, i cardinali Francesco e Antonio e il Principe Taddeo Barberini.
Il tentacolare percorso espositivo non si svolge soltanto negli spazi delle mostre temporanee al piano terra ma anche nei saloni monumentali del piano nobile. Guadagna nuova luce il meraviglioso ambiente affrescato da Pietro da Cortona, dove si trovano gli arazzi Barberini sulla vita di Cristo, di Costantino e di Urbano VIII.
E si prosegue poi nella Sala Marmi e in quella del Trono, nella Sala Paesaggi e in altre sale ancora, in un turbinio di opere e di grandi maestri. Gian Lorenzo Bernini, Caravaggio, Francesco Mochi, Andrea Sacchi e i francesi Valentin de Boulogne e Nicolas Poussin, a prova degli anni che Maffeo trascorse a Parigi come Nunzio Apostolico, divenendo di fatto un filofrancese. Ma non solo dipinti e statue – fini strumenti della diplomazia europea cortese – assurgono alla creazione del labirinto. Il fruitore s’imbatterà in libri, stampe, disegni e oggetti provenienti dalla collezione antiquaria barberina, in una successione di ben dodici sezioni tematiche.
Il palazzo si trasforma così in un dispositivo dove è facile entrare e difficile uscire, che sembra voler somigliare, nel clima alto-sublime, proprio a una delle sfarzose cerimonie indette durante il ventennio papale (1623-1644) di Urbano VIII. Un marchingegno a volute, riflesso di quegli anni in in cui il barocco arriva al suo culmine brillando come ultimo stile universale. Nel quale l’ultima effigie di papa sovrano, risuona grave.
Difficile seguire un filo senza perdersi, senza avvertire il bisogno di tornare indietro o di cambiare direzione. E l’opulenta operazione curatoriale sembra consapevole di questo rischio, non è una mostra traslabile, né una mostra per tutti, poiché le implicazioni sono perfino troppe. Ma c’è spazio per chi conosce la storia di Urbano VIII e il peso che i Barberini ebbero nella nascita del Barocco a Roma. Chi è solo di passaggio o non vorrà impegnarsi a studiare il percorso godrà comunque del labirintico palazzo nella sua veste migliore. E potrà mettere da parte timori di sorta, considerando che il Minotauro barberino è ammansito dai secoli e dalla celebrazione che gli è dedicata.
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