de bello. notes on war and peace, Gres art 671, exhibition view. ph. by Marco Gambare
«Togli il sangue dalle vene e versaci dell’acqua al suo posto: allora sì che non ci saranno più guerre». Così scriveva Tolstoj in Guerra e pace, sottolineando come l’elemento costante ed invariabile che in ogni epoca ha portato allo scoppio di guerre è l’elemento umano. Gres art 671 parte da questa premessa per una mostra collettiva che parla di guerra, di umanità, di popoli e di emozioni, di storia e di attualità, sostenendo l’urgenza della pace. Fino al 12 ottobre 2025, presso gli spazi di gres art 671, prosegue de bello. notes on war and peace a cura di gres art 671 (Francesca Acquati) e 2050+ (Ippolito Pestellini Laparelli ed Erica Petrillo) da un’idea di Salvatore Garzillo e Gabriele Micalizzi.
La mostra risulta essere un viaggio attraverso installazioni, dipinti, sculture, fotografie, video, opere tessili e videogiochi di oltre 30 artisti diversi per generazione, provenienza, mezzo espressivo, che hanno in comune l’aver vissuto e indagato la guerra attraverso l’arte. Epoche diverse, geografie diverse, medium diversi, stesso tema. Un arco di circa settecento anni, dal XV secolo alla contemporaneità, con uno sguardo geografico trasversale, dal Medio Oriente all’Ucraina sino al Sud America.
La mostra è organizzata intorno a cinque gruppi tematici (pace apparente, allarme, guerra, macerie, resistenza), articolando un ideale crescendo di risposte emotive che dovrebbero definire universalmente l’esperienza della guerra. L’esposizione presenta diverse opere, da Alberto Burri a Claire Fontaine, da Anselm Kiefer a Lawrence Abu Hamdan, da Joseph Beuys, Marina Abramović a Cristina Lucas e Maja Bajević, da Andrea Gastaldi a Boris Mikhailov e Arcangelo Sassolino, passando per Monira Al Qadiri, Mohamed Choucair, Masbedo, Total Refusal e molti altri.
La mostra si apre con un neon di Claire Fontaine in cui nove parole, lampeggiando ad intermittenza, sottolineano le forze casuali che governano il senso e i destini incerti di chi è in guerra. Successivamente, veniamo a contatto con la fragile resilienza di Arcangelo Sassolino, ci imbattiamo nel video di Daya Cahen che tratta il tema dell’indottrinamento e della propaganda arrivando così a Marina Abramovic che presenta un video e una stampa fotografica inerenti ai bambini soldato del Laos, dando vita ad un’iconografia sulla fragilità dell’innocenza e sulla violenza latente.
Il percorso prosegue, la tensione si fa sempre più alta, il suono gioca un ruolo fondamentale nel trasmettere questo stato di tensione, sirene e echi di droni accompagnano il nostro cammino.
Partendo dal gioco, serissimo, dei mattoni-portacandele dell’artista ucraino Dima Fatum, passiamo alle asciutte ed evocative stampe fotografiche di Gabriele Basilico, alle testimonianze tessili dei bombardamenti di Cristina Lucas, giungendo così al cuore nero pulsante della mostra: ’’la Sala degli Arazzi’’ di Gabriele Micalizzi, quattro grandi scatti stampati su tessuto che delimitato una stanza piena di macerie. In questi lavori, la violenza cruda del conflitto viene messa a nudo, costringendo a un confronto diretto con la sua forza disumanizzante.
Le opere raccolte nel capitolo successivo, Macerie, testimoniano città ridotte a detriti, paesaggi bruciati e devastazione di aree civili bombardate. Le ferite inflitte dalla guerra sono tanto fisiche quanto psicologiche, tanto individuali quanto collettive. Alberto Burri, Alfredo Garr, Salvatore Scarpitta, Anselm Kiefer, Maees Hadi, Moniqa Al Qadiri sono solo alcuni dei protagonisti di questo capitolo.
La mostra si conclude con una nota di fondata speranza, ben diversa dal cieco ottimismo, diverse voci parlano di resistenza e della possibilità di ricostruzione che sempre segue la scia della guerra come Maja Bajevic con Women at Work, il video di una performance in cui alcune donne ricamano i teloni delle impalcature del museo di Sarajevo dopo i bombardamenti oppure come il video di Total Refusal, collettivo ucraino che utilizza il videogioco Battelfield per celebrare la disobbedienza e la diserzione come atti di resistenza sia nella guerra digitale sia in quella fisica. de bello si pone come un invito a riflettere sul modo in cui l’esperienza della guerra modelli il senso di appartenenza e le percezioni dell’umanità, attraverso gli artisti, i propri pensieri, le proprie pratiche.
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